Il 23 settembre di cento anni fa nasceva il Santo del sax, John Coltrane.
Coltrane nasce ad Hamlet, nella Carolina del Nord.
Suo padre, John Sr., era un sarto appassionato di musica e suonava diversi strumenti, mentre sua madre, Alice Blair, cantava nel coro della chiesa guidato dal padre di lei, il reverendo William Blair.
Il piccolo John è cresciuto circondato dai canti spirituali, dal gospel e dall’ascolto di musica classica.
Ma la sua felice infanzia subisce, a un certo punto, un duro colpo: nel giro di pochi mesi, muoiono il padre, i nonni e uno zio.
Rimasto solo con la madre e una cugina in una casa improvvisamente vuota e colpita dalle ristrettezzeeconomiche, John si chiuse in una profonda solitudine.
Per tentare di lenire il suo dolore, prese in mano prima un clarinetto, poi un sax contralto. Nei primi anni ‘40 si trasferisce a Philadelphia con la madre, la musica divenne la sua unica ancora di salvezza: studiava quasi tutto il giorno, fino a far sanguinare le labbra, era un autentico perfezionista.
Durante gli anni Cinquanta, giunto a New York, la sua vita sprofondò nell’eroina e nell’alcool. Era una persona oppressa dalle difficoltà economiche e, soprattutto, dai gravi lutti familiari che lo hanno colpito in tenera età; a New York, nei vari club notturni, dove si trovava a suonare, viene notato da un altro grande musicista, Miles Davis, che lo volle subito nel suo Quintetto, ma la dipendenza da sostanze stupefacenti di John rese le uscite dal palco e le session ingestibili, costringendo il trombettista a licenziarlo nel 1957.
Fu proprio il licenziamento a provocargli la scossa. Tornato a Philadelphia con sua madre, Coltrane affrontò un devastante periodo di astinenza. Quella notte di sofferenza fisica si trasformò in una folgorazione: John affermò di aver sentito la presenza di Dio e di aver stretto con lui un patto: se fosse sopravvissuto, avrebbe dedicato ogni singola nota del suo sax a glorificare il Creatore e a portare pace agli uomini.
Tornò da Miles Davis completamente trasformato.
Nel 1959, incisero “Kind of Blue”, il più grande disco jazz di tutti i tempi, dove il suono di Coltrane appariva cambiato: denso, spirituale, caratterizzato da quelle cascate di note che il critico Ira Gitler battezzò “Sheets of sound” (lenzuoli di suono).
Con il leggendario Quartetto Classico di Miles Davis – completato dal tocco percussivo e profondo di McCoy Tyner al pianoforte, dal contrabbasso monolitico di Jimmy Garrison e dal ciclone ritmico di Elvin Jones – Coltrane abbatté ogni confine espressivo. Dall’armonico Giant Stepsdel 1960, fino all’inno mistico e profondissimo rivolto a Dio che fu A Love Supreme del 1965, ogni disco era un sacramento.
Inizia molto presto la sua parabola discendente.
Durante il 1966 la sua musica si fece ancora più complessa, spinta oltre i confini della forma tradizionale del jazz, in album come Ascension e Meditations.
Ma il suo corpo iniziava a pagare le conseguenze degli stupefacenti.
All’inizio del 1967 Coltrane iniziò a soffrire di fortissimi e persistenti dolori all’addome. Abituato a sopportare ogni tipo di sofferenza nel silenzio della sua casa di Long Island, rifiutò per mesi consulti medici, continuando a suonare, scrivere e registrare.
Nelle sue ultime esibizioni dal vivo, Coltrane suonava ormai da seduto, staccava le labbra dal bocchino a metà dell’assolo per battersi il petto con il pugno, cantando, urlando e intonando mantra a gola spiegata. Il suono doveva uscire ad ogni costo, con o senza lo strumento.
Quando le fitte divennero insopportabili, la diagnosi fu spietata: tumore al fegato in stadio avanzato, probabile conseguenza delle sofferenze epatiche e degli eccessi giovanili. Non vi fu tempo per cure o lunghi ricoveri.
Il 16 luglio 1967 venne ricoverato d’urgenza all’Huntington Hospital di Long Island; il giorno dopo, il 17 luglio 1967, John Coltrane si spegneva ad appena 40 anni, lasciando il mondo del jazz attonito e privo della sua genialità.
A cent’anni dalla sua nascita, l’eredità artistica e musicale di John Coltrane non è soltanto una collezione di capolavori, ma la testimonianza di fino a dove possa spingersi l’animo umano quando usa la musica non per intrattenere, ma per toccare il cielo.
La figura di John Coltrane, insieme a quella di Charlie Parker, rappresenta la forma più alta verso la quale un uomo ha spinto il sassofono e la musica da esso prodotta.
“Tanti auguri, Trane”!

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