C’è una sottile parabola tragicomica nelle relazioni umane odierne, evidente nel rapporto tra società e social. Le piattaforme costituiscono ormai un vero e proprio “macromondo”, governato da algoritmi, like e condivisioni, che si intreccia con la realtà fino a renderne incerti i confini. Identità, affetti e relazioni assumono così una duplice dimensione, concreta e virtuale, influenzando il modo in cui percepiamo gli altri. Spesso ci illudiamo di conoscere una persona attraverso uno schermo e ne definiamo il valore sulla base dei contenuti pubblicati, confondendo una semplice impressione digitale con una conoscenza autentica. Con la conseguenza che il mondo si sta abituando sempre più a giudizi fugaci e affrettati, fondati su identità a volte false, ragionate per immagini, costruite a tavolino. L’impatto visivo dei post, fatto per catturare l’attenzione, sfrutta la cultura dell’immagine e dell’estetica, costringendo gli utenti a guardare, più che ad osservare, ad immaginare più che a conoscere effettivamente. In questo contesto ecco che l’identità social diventa un vero e proprio biglietto da visita, da curare in casi estremi ossessivamente, in quanto prolungamento della nostra persona. Un secondo corpo, una seconda pelle insomma. L’account un’altra casa, un luogo in cui ci si sente accolti, visti, da un pubblico per non sparire tra la folla del mondo reale. D’altronde il desiderio di riconoscimento è una delle le leve psicologiche più potenti che muovono i social. Bisogno, che si soddisfa unilateralmente in modo asimmetrico, in quanto nutrito dalla convinzione che i likes, le views, siano sinonimo di interesse, dimenticando che spesso e volentieri sono figli di azioni distratte, annoiate o superficiali da parte degli utenti. Quante volte abbiamo visto dei significati più profondi dietro questi gesti? Quante altre abbiamo atteso mi piace o visualizzazioni alle storie da qualcuno in particolare?. Agiamo secondo una logica performativa e abbiamo bisogno di essere giudicati e premiati di conseguenza, seguendo uno schema che esiste in una buona percentuale dei casi solo nella nostra testa. E a quel punto iniziamo a comunicare in modo silenzioso, implicito, attraverso le immagini, i post, i likes, le views con qualcuno che forse non sa nemmeno di esserne il destinatario. Questo strano rapporto che si crea tra noi e gli altri utenti è una forma tragicomica, per l’appunto, di “relazione parasociale”. Con l’espressione “relazione parasociale” si indica un legame prevalentemente unilaterale nel quale una persona sviluppa un sentimento di familiarità, vicinanza o coinvolgimento emotivo nei confronti di qualcuno che, nella maggior parte dei casi, non è realmente consapevole della sua esistenza. Il concetto, nato per descrivere il rapporto instaurato dal pubblico con personaggi televisivi e figure dello spettacolo, trova oggi nei social network un terreno particolarmente fertile. Se inizialmente il fenomeno era circoscritto al rapporto tra celebrità-fan, si è evoluto grazie ad internet, in quello tra influencer-fan fino a coinvolgere anche legami tra persone comuni: il ragazzo che becchi sempre nei corridoi dell’università, la gymgirl con cui scambi qualche saluto in palestra, la tua crush... Per dare un’idea della crescita delle relazioni parasociali, il Cambridge Dictionary ha indicato “Parasocial” come termine dell’anno 2025. Eravamo e siamo interessati alle celebrità, da qualche decennio siamo spettatori e investiamo emotivamente anche in chi conosciamo poco nella realtà ma seguiamo sui social. Così lo spettro dell’idealizzazione altrui può manifestarsi facilmente anche perchè la familiarità prodotta dalla ripetizione nel consumare contenuti di chi seguiamoviene confusa con l’intimità. Intimità che ci fa sentire vicini non solo a sconosciuti ma anche a ex: compagni di scuola, partner, colleghi, amici, che magari eviteremo volentieri nella vita reale ma non possiamo smettere di guardare sui social, rimanendo in una zona di limbo di fronte ad essi. Vogliamo osservare ed essere osservati per non essere dimenticati dagli altri o dimenticarci di loro, nell’illusione che questo meccanismo crei continuità con un legame che in realtà non esiste più o non è mai esistito veramente. Una porta semiaperta verso ciò che a volte dovremmo chiudere ma in cui speriamo in un ritorno se siamo abbastanza bravi a convincere gli altri del nostro valore anche tramite internet, mostrando successi, viaggi, serate a divertirsi. Solo cose belle insomma da esporre nella vetrina virtuale, dal momento che le piattaforme ci spingono a pubblicizzare noi stessi attraverso una sorta di marketing dell’identità, che realizziamo sistematicamente, in maniera più o meno consapevole. Il rischio si manifesta se tale “marketing emozionale” mira a suscitare nel prossimo sentimentidi invidia, per vendetta nei suoi confronti, in un loop di vanto personale, ricerca di approvazione tramite uno schermo, che porta a frustrazione se non si raggiunge l’obiettivo. Obiettivo che crea un’attesa emotiva, riempita in mancanza di certezze, da mal interpretazione dei gesti degli utenti, tradotti in assenza di interesse, rifiuto della nostra persona. Una narrativa quindi, esistente nell’immaginazione, nutrimento delle relazioni parasociali. Fino a quando il velo virtuale sarà suoi nostri occhi, la probabilità di istaurarne sarà dietro l’angolo, resta da vedere come si evolveranno le cose con la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale.
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