Nel cuore della contemporaneità tecnologica, dove l’intelligenza artificiale si offre come nuovo demiurgo della procreazione, emerge una domanda antica quanto l’uomo stesso: fino a che punto possiamo piegare la natura umana ai nostri desideri senza tradirne l’essenza? L’idea di selezionare embrioni non più solo per scongiurare malattie gravi, ma per modellare intelligenza, resilienza e salute superiore, non è più un’utopia distopica o un residuo del passato eugenetico novecentesco. È una realtà che si annuncia attraverso algoritmi capaci di scrutare miliardi di coppie di basi genetiche e di calcolare punteggi di rischio poligenici, trasformando la nascita da evento imprevedibile in progetto ottimizzato. Eppure, proprio in questo passaggio dal caso alla scelta algoritmica, si gioca una partita filosofica decisiva: l’uomo cessa di essere un dono della contingenza per diventare un manufatto della volontà tecnica.
La filosofia europea, erede di una tradizione che da Kant a Habermas ha posto la dignità della persona al centro dell’etica, non può che interrogarsi con inquietudine su questo scenario. Quando i genitori, armati di intelligenza artificiale, decidono di scartare un embrione perché il suo profilo genetico promette un quoziente intellettivo medio o una predisposizione a fragilità emotive, introducono una asimmetria ontologica irreversibile. Il figlio non nasce più come un altro libero, ma come un prolungamento programmato della scelta altrui. Jürgen Habermas lo aveva già preconizzato con lucidità profetica: la liberalizzazione dell’eugenetica, camuffata da libera scelta genitoriale, erode il fondamento stesso della convivenza democratica. Non più esseri umani che si riconoscono reciprocamente come fini in sé, ma progetti valutati secondo criteri di prestazione. La natalità, concetto arendtiano che celebra l’irruzione del nuovo nel mondo proprio nella sua imprevedibilità, viene sostituita da una forma di ingegneria anticipata. L’essere umano, invece di ereditare la propria finitezza come orizzonte di senso, la subisce come difetto da correggere. Come recita un antico aforisma rivisitato per l’era digitale: l’uomo non è un codice da debuggare, è un mistero da custodire.
Eppure, proprio qui si insinua l’arguzia amara della condizione contemporanea: la medesima cultura che ha celebrato l’individualismo radicale e la libertà illimitata di scelta ora applica questo principio non alla vita già vissuta, ma alla vita da generare. Si promette salute e intelligenza superiori come beni di consumo, ma si dimentica che la fragilità, la vulnerabilità e persino l’errore genetico sono stati, per millenni, la radice stessa della solidarietà umana e della creatività. Nietzsche, con la sua ironia tagliente, avrebbe forse sorriso di fronte a questa nuova morale dei forti: non più superuomini forgiati dalla volontà di potenza, ma superembrioni selezionati da un algoritmo addestrato su dati prevalentemente occidentali. L’intelligenza artificiale, in questo gioco, non è neutra: è il moltiplicatore di una logica strumentale che riduce la complessità umana a tratti quantificabili. Riduce l’esistenza a un calcolo di probabilità, cancellando ciò che Hannah Arendt chiamava la pluralità, quel miracolo per cui ogni nascita è un nuovo inizio, irriducibile a qualsiasi previsione.
Come nella pena di morte, dove il sistema giudiziario umano o assistito da algoritmi predittivi può condannare un innocente sulla base di prove circostanziali o di modelli con bias, anche nell’eugenetica AI della Silicon Valley si rischia di eseguire una vita sana. La differenza è che qui la condanna è prenatale: l’embrione scartato non ha nemmeno voce. Entrambi i contesti condividono l’irreversibilità e l’asimmetria informativa: l’errore è nascosto fino a quando è troppo tardi. Nel caso dell’AI embrionale, però, l’errore è amplificato dalla natura probabilistica dei modelli, con punteggi di rischio poligenici che presentano un’accuratezza bassa sui tratti complessi, e dall’assenza di regolamentazione federale negli Stati Uniti, a differenza di molti Paesi europei che vietano screening non terapeutici.
A questo rischio di errore si aggiunge una disuguaglianza profonda tra ricchi e poveri. Le aziende della Silicon Valley come Orchid Health, Nucleus Genomics, Herasight e Genomic Prediction offrono il polygenic embryo screening con intelligenza artificiale, ma i prezzi lo rendono accessibile solo a chi ha redditi altissimi. Orchid Health richiede circa duemilacinquecento dollari per embrione sequenziato, ai quali si sommano i quindicimila venticinquemila dollari dell’IVF di base, arrivando facilmente a venticinquemila trentamila dollari solo per lo screening di dieci embrioni. Nucleus Genomics chiede quasi seimila dollari per analizzare fino a venti embrioni, inclusi gli score per quoziente intellettivo, altezza e longevità. Herasight arriva fino a cinquantamila dollari per uno screening completo su tratti come intelligenza, cancro e malattie mentali. Il totale per una coppia supera spesso i quarantamila settantamila dollari e non esiste rimborso assicurativo né accesso pubblico. Di conseguenza i clienti sono quasi esclusivamente executive del tech, venture capitalist e miliardari: Shivon Zilis, madre di figli di Elon Musk, ha utilizzato Orchid, mentre Simone e Malcolm Collins, noti pronatalisti, hanno scelto embrioni con Herasight e Genomic Prediction per ottenere alto quoziente intellettivo e basso rischio di cancro. Investitori come Sam Altman di OpenAI, Brian Armstrong di Coinbase e Anne Wojcicki di 23andMe finanziano o usano direttamente queste startup. I poveri, e anche gran parte della middle class, rimangono esclusi e non possono nemmeno entrare nel gioco della selezione genetica.
Non si tratta soltanto di un accesso diseguale, ma della creazione di una vera e propria casta genetica che rende l’ineguaglianza biologica e intergenerazionale. I figli dei ricchi ottengono un vantaggio genetico predittivo: minor rischio di malattie poligeniche come diabete, Alzheimer o schizofrenia, punteggi poligenici più alti per quoziente intellettivo, con un guadagno medio stimato tra i due e i sei punti secondo i modelli stessi, maggiore altezza e maggiore longevità. I figli dei poveri, invece, ereditano soltanto la lotteria naturale insieme agli svantaggi ambientali. Critici bioetici come Katie Hasson del Center for Genetics and Society e Hank Greely di Stanford parlano apertamente di una Gattaca society, una società a due livelli in cui i geneticamente ottimizzati dominano economia, istruzione e potere, mentre il resto della popolazione diventa un sotto ceto non enhanced. L’ineguaglianza non è più soltanto sociale o economica: diventa biologica e irreversibile.
Dal punto di vista del diritto europeo, questa deriva non rappresenta soltanto un problema etico, ma una sfida costituzionale di portata epocale. La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, all’articolo 3, comma 2, sancisce con chiarezza cristallina il divieto delle pratiche eugenetiche, in particolare di quelle aventi come scopo la selezione delle persone. Non si tratta di un divieto generico, ma di un baluardo eretto sulla memoria tragica del Novecento: la dignità umana non è negoziabile, neppure quando si traveste da progresso medico o da diritto riproduttivo. La Convenzione di Oviedo del Consiglio d’Europa, pilastro del biodiritto continentale, rafforza questo principio stabilendo che interventi sul genoma umano possono essere intrapresi solo per ragioni preventive, diagnostiche o terapeutiche, e mai con l’obiettivo di modificare il patrimonio genetico dei discendenti in senso migliorativo. La distinzione tra terapia e enhancement, tra curare la sofferenza e progettare la perfezione, diventa così il confine invalicabile oltre il quale la tecnica cessa di servire l’uomo e comincia a sostituirlo.
Il Regolamento sull’Intelligenza Artificiale del 2024 classifica i sistemi utilizzati in ambito riproduttivo come ad alto rischio, imponendo obblighi stringenti di trasparenza, valutazione d’impatto sui diritti fondamentali e divieto di pratiche discriminatorie. Un algoritmo che assegna punteggi poligenici per ottimizzare l’intelligenza o la predisposizione al successo non è un semplice strumento diagnostico: è una macchina di selezione che rischia di riprodurre, su scala privata e algoritmica, le vecchie gerarchie eugenetiche. Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati completa il quadro tutelando i dati genetici come categorie particolari, vietando usi secondari che possano generare discriminazioni nel lavoro, nelle assicurazioni o nella società. In Europa, insomma, il principio di precauzione e la dignità della persona prevalgono sul diritto di scelta genitoriale illimitata quando questa si trasforma in una forma di selezione di mercato. Non si proibisce la ricerca scientifica né la diagnosi preimpianto per malattie monogeniche gravi, ma si rifiuta l’idea che l’essere umano possa essere ridotto a un prodotto da migliorare secondo parametri di efficienza.
Questa postura giuridica non nasce da oscurantismo o da paura del progresso, ma da una profonda fedeltà alla concezione europea dell’umanità: l’uomo non è un codice sorgente da riscrivere, ma una persona la cui imperfezione è parte integrante della sua grandezza. Come ammoniva un aforisma di Camus adattato ai nostri tempi: nella lotta tra l’algoritmo e l’uomo, è l’uomo che deve vincere, perché senza la sua fragilità non c’è neppure la sua libertà. L’Unione Europea, con le sue istituzioni e la sua memoria storica, è chiamata a svolgere un ruolo di avanguardia: non solo applicare con rigore gli strumenti normativi esistenti, ma forse adottare un quadro regolatorio armonizzato sulla genomica riproduttiva, che chiuda le porte al turismo riproduttivo eugenetico e impedisca che il mercato californiano della selezione genetica diventi modello globale.
In ultima analisi, l’intelligenza artificiale applicata all’eugenetica non è soltanto una questione di startup o di venture capital: è la cartina di tornasole di una civiltà che deve decidere se vuole continuare a custodire l’umano nella sua intera, imperfetta dignità, o se preferisce barattarla con la promessa illusoria di una posterità ottimizzata. L’Europa, proprio perché ha conosciuto gli abissi dell’eugenetica di stato, ha oggi il dovere storico di ergersi come antidoto costituzionale. Non per bloccare il progresso, ma per ricordarci che il vero progresso è quello che lascia intatta la possibilità di nascere diversi, imprevedibili, umani. Perché, alla fine, non è l’algoritmo a dover decidere chi merita di esistere. È la società, radicata nella dignità di ogni vita, a dover affermare che ogni nascita, anche quella che un modello predittivo avrebbe scartato, è un atto di speranza e di libertà che nessuna macchina potrà mai quantificare.
Scritto da Niccolò Ruscelli


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