Fin dalle origini più remote della storia umana, l’uomo ha mostrato un’inquietudine che va oltre la semplice sopravvivenza biologica. Le prime comunità umane, pur immerse in un mondo ostile e imprevedibile, non si sono limitate a reagire agli stimoli dell’ambiente: hanno cercato di comprenderlo, di interpretarlo, di attribuirgli un significato che trascendesse l’immediatezza dell’esperienza. Le sepolture rituali, le pitture rupestri, i miti cosmogonici e le pratiche sacrificali non sono soltanto testimonianze culturali, ma segnali evidenti di una coscienza che avverte il limite della materia e si apre a una dimensione altra, invisibile, ma percepita come reale e decisiva. In questo senso, lo spiritualismo delle comunità antiche non appare come una forma ingenua di superstizione, bensì come una risposta profondamente umana al mistero dell’esistenza.
L’uomo arcaico viveva immerso in un mondo che non era mai neutro. La natura non era un semplice insieme di oggetti, ma un orizzonte simbolico nel quale ogni evento poteva assumere un valore rivelativo. Il sorgere del sole, il ciclo delle stagioni, la fertilità della terra e la morte non erano fenomeni da spiegare soltanto in termini causali, ma esperienze da integrare in una visione complessiva del senso della vita. La dimensione spirituale non costituiva un ambito separato dall’esistenza quotidiana, bensì il suo fondamento. Vivere significava partecipare a un ordine più grande, riconoscere la propria fragilità e, al tempo stesso, il proprio legame con ciò che trascende l’individuo e la comunità.
Da un punto di vista antropologico, questa apertura al trascendente rivela una struttura costante dell’essere umano. Il cosiddetto “senso religioso” non nasce da un errore cognitivo o da una paura irrazionale, ma dalla consapevolezza del limite e dal desiderio di significato. L’uomo, nel momento stesso in cui prende coscienza di sé, si scopre finito e mortale, ma anche capace di interrogarsi sull’infinito. È proprio questa tensione, questo scarto tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, a generare la ricerca spirituale. Le religioni, nelle loro forme molteplici, possono essere comprese come tentativi storici di dare forma a tale esigenza fondamentale, traducendo l’esperienza del mistero in simboli, riti e narrazioni condivise.
Con il passare dei secoli, lo sviluppo della riflessione filosofica e scientifica ha progressivamente modificato il modo in cui l’uomo si rapporta al mondo. La modernità, in particolare, ha posto al centro la razionalità strumentale, la misurabilità dei fenomeni, la capacità di prevedere e controllare la realtà. Questo processo ha prodotto risultati straordinari, migliorando le condizioni materiali dell’esistenza e ampliando le possibilità di conoscenza. Tuttavia, nel suo slancio emancipatorio, la modernità ha spesso relegato la dimensione spirituale a un ruolo marginale, considerandola irrilevante, soggettiva o addirittura illusoria.
L’uomo contemporaneo vive così una condizione paradossale. Mai come oggi dispone di strumenti potenti per comprendere il funzionamento del mondo, eppure fatica a rispondere alle domande fondamentali sul senso della propria vita. L’accelerazione del tempo, la sovrabbondanza di informazioni e la centralità della produttività lasciano poco spazio al silenzio, all’interiorità, alla contemplazione. La spiritualità, intesa come esperienza intima e riflessiva del proprio rapporto con il mistero dell’essere, viene spesso sacrificata sull’altare dell’efficienza e dell’immediatezza. Non perché sia stata confutata o superata, ma perché è stata semplicemente dimenticata.
In questo smarrimento emerge una critica profonda all’uomo moderno: egli rischia di perdere il contatto con una dimensione essenziale della propria umanità. Se il senso religioso è una costante antropologica, allora la sua rimozione non rappresenta un progresso, ma una mutilazione. L’uomo che rinuncia alla propria interiorità spirituale non diventa più libero, bensì più povero, incapace di dare un significato unitario alla propria esperienza. La tecnica risponde ai bisogni, ma non colma il vuoto del senso; la razionalità spiega, ma non consola; il benessere materiale non elimina l’angoscia esistenziale.
Recuperare la dimensione spirituale non significa tornare ingenuamente alle forme spirituali arcaiche, né opporsi ai risultati della scienza moderna. Significa, piuttosto, riconoscere che l’essere umano non si esaurisce nella sua dimensione funzionale o produttiva. Così come le comunità antiche vivevano il sacro come parte integrante dell’esistenza, anche l’uomo contemporaneo è chiamato a riscoprire uno spazio interiore in cui il silenzio, la domanda e l’apertura al trascendente possano trovare cittadinanza. Solo in questo modo la modernità potrà evitare di diventare una civiltà tecnicamente avanzata ma spiritualmente disabitata, e l’uomo potrà tornare a riconoscersi non soltanto come padrone del mondo, ma come essere in relazione con il mistero che lo fonda.
Scritto da Niccolò Ruscelli

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