Renoir: un quadro della società di ieri e di oggi, con il Professor Michele Trimarchi

 

Michele Trimarchi insegna Economia Pubblica ed Economia della Cultura presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro. È direttore scientifico del Centro di Ricerca in Economia e Management dei Servizi.


Il 25 febbraio 1841, nella città di Limoges, nasce Pierre-Auguste Renoir, uno dei più amati e rappresentativi pittori impressionisti.

Condivide con Edgar Degas il ruolo di artista di studio, rispetto agli altri artisti sulla scena che prediligono l'iconica pittura en plein air.

Il Bal au Moulin de la Galette, realizzato nel 1876, pur essendo sicuramente un dipinto frutto di un'elaborazione d’atelier, si pone in piena sintonia col linguaggio figurativo proprio dell’Impressionismo, che Renoir interpreta qui deliziandoci con una tipica scena che ogni domenica riempiva ai suoi giorni la cornice del Moulin de la Galette.

Ci troviamo sulla collina di Montmartre, luogo di incontro per tanti parigini, che qui vediamo rilassarsi e volteggiare, con una felicità che si legge sui loro visi, mentre la luce del sole che attraversa gli alberi li accarezza gentilmente, come i tratti con cui l'artista imprime sulla tela la loro joie de vivre.

Per Giulio Carlo Argan, «la sua rigorosa, fermissima difesa della pittura […] ne afferma l'attualità», di cui parliamo oggi col Professor Michele Trimarchi, economista della cultura, Docente presso la nostra Università, che ringraziamo per aver accolto con piacere il nostro invito a questo mARTEdì in cui festeggiamo il compleanno di un pittore che, con la sua arte, ha narrato la società dei suoi tempi.

Aurelia: Cosa legge Lei in questo specchio della società che ci offre Renoir?

Prof: Nel Bal au Moulin de la Galette, Renoir racconta la società del suo tempo. Apparentemente è una cartolina piacevole, quasi idilliaca. I giovani festosi mettono sempre di buon umore. Ma a guardare la timeline emergono alcuni fattori delicati e densi. Sei anni prima la Francia è sconfitta dai Prussiani nella battaglia di Sedan. Dopo un anno, lo smarrimento dello Stato-nazione come modello del capitalismo viene messo in crisi dalla cesura breve ma intensa della Comune di Parigi. Niente potrà essere come prima. Poi, di fatto arrivano le inevitabili restaurazioni, ma l’innocenza è perduta. È qui che si innesta (si innesca?) l’opera di Renoir, che per la prima volta nella sua carriera dipinge una scena collettiva, e mostra con tenerezza tagliente che i fermenti gioiosi resistono alla temperie turbolenta di un mondo che comincia lentamente a declinare. Il Bal può essere considerato uno snodo interpretativo, che apre una lettura resiliente della leggerezza. Con un po’ di pedanteria, potremmo dire che apre un ciclo intuitivo che poi verrà chiuso – venticinque anni dopo – dal Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo: quando comincia ad andar male si resiste abbracciandosi e aggrappandosi, ma non si può fingere che le cose funzionino davvero.

Aurelia: Professore, qual è l'attuale «quadro» socioeconomico dell'arte? E con quali strumenti si svolge questo tipo di ricerca?

Prof: L’arte del nostro tempo riflette e anticipa un mondo inedito, e per molti versi temuto. Negli ultimi decenni molti sberleffi - qualche volta acidi, altre volte beffardi - hanno tracciato la stanchezza di un sistema che si ostina a replicare format obsoleti e protocolli statici. Cattelan, Koons, Hirst e sul capo opposto dello spettro Tracey Emin e Anselm Kiefer (sono associazioni del tutto mie, e ovviamente soggettive, atmosferiche e affettive) scoperchiano il vaso di Pandora, come fa Banksy e i tanti suoi emuli sulle mura urbane. Non dimentichiamo che una città d’arte non è tale per i suoi musei importanti, ma perché il passante inciampa in segni creativi e culturali dappertutto. Così i segnali che ne possiamo tirare fuori sono al tempo stesso sconfortanti e sfidanti. Il fatto che la società dei prossimi anni stia costruendo una gerarchia dei valori del tutto nuova ci regala una condizione che dovrebbe essere considerata un privilegio: l’imprecisione, la delicatezza, la molteplicità. Forse è tempo di reinterpretare i Six Memos for the New Millennium di Italo Calvino ammorbidendoli. L’arte ci dice questo: basta proteggerci con un mondo che sta svaporando, senza però indulgere nella paura. I rantoli reazionari che si diffondono a macchia d’olio sono il sintomo di insicurezza mal gestita. Ma fra le loro maglie rigide si aprono varchi creativi del tutto stimolanti. È tempo di guardare lontano, magari inciampando, ma senza addormentarci. 

Aurelia: Philippe Daverio descrive la collina di Montmartre come un «luogo di sperimentazione popolare perfetta» per Renoir. Possiamo considerare tali i musei per l'economista della cultura? Cosa ci raccontano dell'indice di gradimento dell'arte ai nostri giorni?

Prof: La parola ‘luogo’ che Daverio adotta per raccontare Montmartre andrebbe interpretata come ‘snodo’ (ogni tanto affiora l’etichetta ‘hub’). È un posto scomodo, fatto di scale, salite, soste, vedute, che incoraggia l’incontro e lo scambio. È un luogo fertile e sanamente dinamico, che sa associare conversazioni curiose e silenzi contemplativi, chiacchiere pettegole e ragionamenti filosofici. Un museo nega tutto questo: una struttura ospedaliera composta da una sequenza di decorated white cubes in cui le opere sono appese come le fotografie dei defunti in un cimitero, per di più un deposito di opere mai concepite per esservi esposte: un museo è la forma più violenta di decontestualizzazione dell’arte. Torre d’avorio autoreferenziale, il museo finisce per respingere chi sarebbe incline a esplorare, e si conserva come un club di iniziati avidi di nozioni (le targhette sono una sorta di classificazione doganale); ogni tanto fa un effetto speciale, ma così non stabilisce alcun rapporto con la comunità urbana, e dialoga poco anche con i propri visitatori. L’economia della cultura dovrebbe superare la tentazione ragionieristica che dà prevalenza al bilancio, e mettere a fuoco i processi e la catena del valore, smettendola di indulgere in metriche dimensionali (quanta gente è venuta ieri al museo?) per spostare l’attenzione sui processi, le relazioni, le esperienze e l’impatto sociale. Così rimettiamo la cultura al centro della gerarchia dei valori, sottraendola al ruolo grottesco di decorazione della borghesia imprenditoriale (che, tra l’altro, come classe dominante ha soltanto ferite da leccarsi). Lo spirito del tempo è favorevole a nuovi orizzonti creativi, a valori condivisi, a pratiche sociali inedite.

A: Grazie ancora per questa Sua splendida disamina, Professore!


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