Nel panorama sportivo italiano pochi nomi hanno avuto un impatto paragonabile a quello di Federica Pellegrini. Per oltre quindici anni la “Divina” ha incarnato talento, resilienza e continuità ai massimi livelli internazionali, diventando un simbolo non solo del nuoto, ma dell’intero sport italiano. Con il suo ritiro dopo le Olimpiadi di Tokyo 2021, si è aperto un nuovo capitolo per il movimento azzurro: una fase di transizione che non sa di fine, ma di evoluzione.
L’eredità di Pellegrini è evidente. Prima del suo arrivo, l’Italia faticava a imporsi con costanza nelle grandi competizioni; dopo di lei, il tricolore è diventato presenza stabile sul podio mondiale. Il suo oro a Pechino 2008 e i numerosi titoli internazionali hanno alimentato un entusiasmo crescente, spingendo migliaia di giovani verso la piscina e contribuendo a un vero boom del settore. Ma il segno più impressionante del suo dominio resta il record del mondo nei 200 stile libero, rimasto imbattuto per ben tredici anni: un dato che racconta meglio di qualsiasi aggettivo la distanza che, per oltre un decennio, la separava dal resto del mondo.
Questo primato cronologico non è solo una curiosità statistica: è la prova di una superiorità tecnica e mentale capace di resistere ai cambi di regolamento, alle nuove generazioni e all’evoluzione del nuoto stesso. In un’epoca in cui i record vengono spesso ritoccati nel giro di pochi anni, il fatto che il tempo di Pellegrini sia rimasto il riferimento per così tanto tempo la colloca in una dimensione quasi “storica”, più che semplicemente agonistica.
Il riconoscimento della sua grandezza non è arrivato solo dall’Italia. Nel 2009, una prestigiosa rivista statunitense di settore l’ha inserita tra le nuotatrici più forti al mondo, consacrandola come figura di riferimento globale. Per un’atleta italiana, emergere in un contesto tradizionalmente dominato da Stati Uniti e Australia significa entrare nel cuore del discorso internazionale sul nuoto. Questo tipo di riconoscimento estero non riguarda solo le medaglie: riguarda la percezione di leadership, di stile, di capacità di cambiare gli equilibri di una disciplina.
Oggi il nuoto italiano non vive un “vuoto post-Pellegrini”, ma un ricambio generazionale solido e promettente. Atleti come Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Simona Quadarella, Benedetta Pilato e la giovanissima Sara Curtis rappresentano una squadra completa, capace di eccellere in specialità diverse: dal dorso alla rana, dal mezzofondo alle staffette. L’Italia non dipende più da una sola stella, ma da un collettivo forte e maturo, cresciuto in un ambiente che la Divina ha contribuito a trasformare.
A sostenere questa crescita c’è anche un sistema più strutturato: centri federali moderni, staff tecnici di alto livello e una maggiore attenzione alla preparazione mentale. Il lavoro non è più solo in corsia, ma anche fuori dall’acqua: analisi video, dati, psicologia dello sport, gestione della pressione mediatica. In questo contesto, Federica Pellegrini continua a essere una presenza importante, non più in corsia ma come dirigente e figura di riferimento istituzionale, simbolo di un passaggio di testimone che non spezza il legame con il passato, ma lo rielabora.
Il futuro del nuoto italiano non cerca “la nuova Pellegrini”: punta invece a costruire un movimento duraturo, fondato su una pluralità di talenti e su una cultura sportiva ormai matura. Se la Divina ha segnato un’epoca irripetibile, l’Italia ha dimostrato di saper guardare avanti con ambizione e consapevolezza. Il suo record del mondo durato tredici anni, il riconoscimento internazionale del 2009 e il ruolo che oggi ricopre fuori dall’acqua raccontano una storia che va oltre la singola carriera: è la storia di un Paese che, grazie a lei, ha imparato a pensare il nuoto non più come eccezione, ma come eccellenza strutturale.
Un nuovo ciclo è iniziato, e la scia lasciata da Federica continua a illuminare la rotta.
Scritto da Virginia Lacroce
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