SONETTO 116 di William Shakespeare (fonte)
Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.
Se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.
Scritto da Domenica Pia Leuzzi
L’amore, quello vero, dura per sempre…William Shakespeare con il Sonetto 116, tratto dalla raccolta Sonnets, fa di questo motto un’opera d’arte. Opera, come Manifesto di resistenza, e in questo caso a resistere è l’amore, nondimeno il sonetto 116 è una delle poesie più amate e citate a distanza di secoli. Con una visione eternalista, solida, del sentimento, l’autore ci accompagna, in un componimento che mantiene lo stesso tono deciso dall’inizio alla fine. Insomma Shakespeare crede veramente nell’amore profondo e duraturo e non lo dice in modo emotivo, carnale, passionale, bensì con lucidità, consapevolezza vera, al limite del trascendentale. E da ciò nasce non solo una celebrazione poetica, ma una vera e propria difesa e legittimazione dell’amore, un manifesto appunto. Complice uno stile lirico, ma controllato che conferisce autorevolezza e credibilità alle sue parole. Nel ventaglio delle produzioni shakesperiane, l’amore si colloca, tra i temi più rappresentati ed esplorati: è passionale e irrazionale in Romeo e Giulietta, tormentato e distruttivo nell’Otello, ingannevole in Sogno di una notte di mezza estate… L’autore conosce il sentimento, non lo rifugge, ma nel Sonetto 116 lo rende spirituale e metafisico più che mai. È un amore platonico, ma al contempo sano, sopravvive anche senza l’oggetto del desiderio, dunque lontano quantomai dagli istinti e dall’ossessione. È proprio per la sua maturità che ha ragione di esistere e sopravvivere nel tempo. Amore assoluto dunque, universale, perché la poesia non racconta un amore individuale, ma lo definisce in sé, come principio, valido per ogni tempo e per ogni essere umano. Per questo Sonetto 116 risuona con chiunque: cuori spezzati, non corrisposti, con chi ha amato e ha perso, ma anche con chi continua a credere nell’amore nonostante tutto. Non è un sentire ingenuo, disilluso perché scollato dalla realtà, ma sebbene distante, è la sua autenticità e resistenza a differenziarlo da un desiderio passeggero. Qui Shakespeare ritrae gli elementi di un amore vero: è stabile, non crea confusione, crisi, ma è una bussola contro lo smarrimento del desiderio ossessivo e malato. L’amore è un compagno di vita, una guida che illumina, e da questo, il lettore può cogliere indirettamente, che l’amore cagionevole, al suo opposto è un compagno di gabbia, una guida bugiarda. Shakespeare suggerisce così che solo l’amore autentico conduce alla verità di sé, mentre quello fragile o ossessivo imprigiona, confonde e allontana dall’equilibrio interiore. L’amore vero non è disordinato, invece usa il suo ordine per sopravvivere al caos e alle difficoltà della vita, non scappando da esse, ma affrontandole, grazie alla sua sapienza e maturità. Saggezza e maturità, tratti distintivi e vincenti del sentimento raccontato in Sonetto 116, di per sé giustamente irrazionale. "Omnia vincit amor et nos cedamus amori" diceva Virgilio nelle Bucoliche, per esprimere la rassegnazione dell'uomo di fronte alla forza travolgente dell'amore, capace di superare ogni ostacolo. Shakespeare in Sonetto 116 compie un passo ulteriore, non è nell’irrazionalità che risiede la potenza duratura, ma nell’autenticità che anzi guida verso una razionalità chi prova desiderio. Desiderio, non rassegnato, a cui è doveroso piegarsi, ma semplicemente che è presente e bisogna prenderne atto. Non meno vero perché forse unilaterale, segreto, non carnale ma anzi più ricco per certi aspetti, perché spirituale. È come tale sempre vivo, non perché risiede nella materia, che muore, ma nell’invisibile, nel mondo dello Spirito appunto, dove non esiste perdita o morte. Per questo motivo non consuma, ma salva e anzi, spinge l’anima a salire e ad elevarsi, accedendo consapevolmente o meno a quello che si potrebbe definire Iperuranio o mondo delle idee, secondo un’accezione platonica. L’amore libero, contemplativo che non nasce dal bisogno, e come tale può raggiungere una dimensione superiore. In quell’Iperuranio dove l’idea più alta è il Bene e Sonetto 116 descrive l’amore che sopravvive per il bene che si vuole, diventando fedeltà e devozione. E fino a quando c’è bene credo, non c’è amore sbagliato. Sonetto 116 è una delle poesie più belle perché prende in mano il cuore del lettore e ne difende il sentire puro e onesto, creando uno spazio in cui lo raccoglie e in primis lo vede. Ogni cuore che amato sinceramente abita in questo Sonetto che per gli inguaribili romantici rappresenta un vero e proprio punto di riferimento. Forse, direbbe Shakespeare, dall’amore non si guarisce e non si potrebbe farlo, perché la devozione lo mantiene e quella non svanisce mai.

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