Scritto da Aurelia Mangone

Antonio Canova scompare a Venezia nell'ottobre del 1822, e con lui cala un velo di profondo buio sulla scultura di tutti i tempi.
Le sue opere sono celebri e ammirate per la grazia che traspare dal marmo, finemente lavorato dall'artista di Possagno.
Celebri e ammirate per un raffinato studio delle composizioni, che, incarnando lo spirito del neoclassicismo, non si limita, tuttavia, a imitare i geni classici, ma eleva le sue opere a una vita propria.
Questo perché «conviene studiare dì e notte sui greci esemplari, investirsi nel loro stile, mandarselo in mente, farsene uno proprio coll’avere sempre sott’occhio la bella natura con leggervi le stesse massime» per Canova.
Nelle sue sculture, il corpo e lo spirito dialogano; la bellezza concreta coesiste armonicamente con quella ideale, diventando «vera carne» e «bella natura».
La straordinaria abilità di Canova sta nel cogliere l'anima di un attimo particolare, in cui i gesti non sono semplice emulazione della natura dei corpi in un blocco di marmo freddo, ma pura emozione, che scalda il cuore come «Una torcia luminosa e una finestra aperta di notte, Per far entrare il caldo amore!», come scrive il poeta inglese John Keats nella sua Ode a Psiche, dopo essere rimasto abbagliato dallo splendore di Amore e Psiche.
Lo sguardo e le capacità dell'artista sono stati certamente importanti per riuscire a dare vita a questi capolavori, ma grande rilievo assume il lavoro svolto, con la collaborazione dei suoi assistenti, presso il suo laboratorio.
Questo iter si conclude con «l'ultima mano», con la quale Canova è solito concludere personalmente le sue opere, in una maniera molto romantica: al buio, a lume di candela.
In questo modo, egli addolcisce lo scorrere della luce sulla pelle e ne ammorbidisce le forme, «che sembrava cedesse al tatto», curando gli ultimi dettagli che contribuiscono a rendere tutto ancora più vero.
Di fronte alla bellezza delle opere del Canova, sicuramente, come incastonato nelle parole di Apuleio, nel momento in cui Psiche si trova di fronte all'incantevole Amore, «cuius aspectu lucernae quoque lumen hilaratum increbruit».
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