UNO SGUARDO SU DIRITTO E LETTERATURA E LO SGUARDO DI MODIGLIANI CON IL PROF. ALBERTO SCERBO

Abbiamo avuto l’onore di intervistare il Professor Alberto Scerbo! Buona lettura 

Professore ordinario di Filosofia del diritto, dove insegna anche Teoria del diritto, etica e cultura della legalità e Diritto e letteratura.Coordinatore del dottorato in Ordine giuridico ed economico europeo presso l’Università di Catanzaro.Coordinatore dei docenti di filosofia del diritto della Società italiana di filosofia del diritto.Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Calabria, è Direttore della rivista sportiva Domenica Giallorossa.






VALENTINA: Professore, Le piacerebbe essere il Modigliani come pittore o il Modigliani come persona?

PROF: Come pittore.

VALENTINA: Come pittore: perché?

PROF: Perché l’abilità di Modigliani leggere nell’animo umano attraverso la pittura è qualcosa che in qualche maniera ti dà l’opportunità di comprendere gli altri e quindi di entrare nel mondo degli altri. Il grande merito che lui ha è quello di avere scarnificato le forme e di essersi soffermato soprattutto sui volti; lui è uno di quelli che diceva che in maniera precisa per lui i paesaggi non esistono. Per lui il mondo, la realtà, è rappresentata dai volti, anche se però lui fa questo attraverso non una riproduzione e una copia dei volti, perché in realtà è come se fosse un’interpretazione -attraverso il volto- del modo di essere dell’individuo. Questa è una grandissima qualità, la capacità di riuscire a penetrare nell’animo dell’uomo, che è la cosa più importante che egli possa fare ed è quello che lui fa sistematicamente. Del primo quadro che lui realizza di quella che poi sarà la sua compagna fino alla morte, Jeanne Hébuterne, dice in maniera molto chiara che lei trovasse se stessa, ma non da un punto di vista estetico; non era una sua copia o raffigurazione, ma vi trovava la sua vera essenza. Modigliani è colui che riesce a recuperare l’essenza dell’uomo e lo fa molto attraverso l’idea degli occhi, per esempio.

 

AURELIA: Professore, questo argomento per noi si lega ai ricordi del corso di Diritto e Letteratura, che fu l’occasione perché io e Valentina ci conoscessimo; quindi, se siamo amiche oggi lo dobbiamo a Lei!

PROF: Mi fa piacere!

AURELIA: Questo corso ci ha permesso di avere uno sguardo diverso verso il nostro ambito di studi inerente ai CdL che noi frequentiamo, che sono Giurisprudenza e OAPP; perciò, la domanda ci è sorta spontanea: posto che l’ambito di Diritto e Letteratura si intreccia in questo fulcro nato nei Paesi anglosassoni e oggi come oggi abbiamo elaborato anche nel nostro ordinamento accademico, diventando una disciplina essenziale per gli spunti che offre e così centrale anche nei Paesi di Civil Law. A Suo giudizio, riguardo a questo ultimo aspetto, che ruolo svolge essa per la formazione del giurista e, nella sua esperienza personale, come docente e come avvocato, che tipo di sensibilità ha sviluppato in Lei la possibilità di volgere lo sguardo verso le opere d’arte da giurista?

PROF: L’idea di fondo è che questa disciplina nasce nel mondo anglosassone: in realtà questo è vero fino a un certo punto, nel senso che il mondo anglosassone è molto più pragmatico del nostro e ha un sistema differente dove le sentenze in qualche modo costruiscono la dinamica e la dialettica giuridica. In questo mondo diventa più importante la preparazione di carattere culturale sia per affrontare il giudizio, affrontando gli strumenti della retorica e dell’argomentazione e tramite l’approfondimento di temi dei più svariati, quindi è chiaro che qui l’idea del rapporto tra diritto è letteratura è molto più stretta. In realtà, sia nel nostro che in altri Paesi d’Europa ci sono episodi di un interesse verso la cultura da parte di giuristi, anche prima della nascita di questo fenomeno, solo che sono molto estemporanei e frammentari e spesso legati alla disciplina che si pratica, ma non come prodotto che potesse servire al giurista per la sua attività concreta. Questo si è ricomposto nella seconda metà del secolo scorso quando si è sentita la necessità di riprendere questi studi per affrontare in modo diverso lo studio del diritto. Perciò, non è vero che questo fenomeno è solamente anglosassone, ma questi hanno dato una spinta perché si potesse capire quanto tale metodo fosse valido per i giuristi. Ci sono due aspetti, di cui il primo legato alla didattica del diritto, poiché alla luce dei cambiamenti avvenuti nel tempo non si può più fare alla maniera tradizionale (ex cathedra), che deve essere accompagnato da altri strumenti e cercando di dimostrare i risvolti concreti di ciò che si studia, che oggi è diventato molto più importante di un tempo e ai nostri giorni si può fare anche tramite l’IA, ed è diventato a tutti gli effetti “Law and Humanities”, inteso come il diritto legato alla cultura umanistica (pittura, cinema, scultura, architettura…). Questo è utile per comprende quali sono gli elementi fondanti del diritto, assunto che l’idea di formare dei “tecnici” del diritto è retrograda e sbagliata”, poiché significare formare “servi del potere”, che non mette in discussione le norme che si fanno ed eseguono gli ordini; i giuristi si costruiscono anche secondo il pensiero critico, che mette in discussione la formazione, la produzione e l’interpretazione di ciò che viene prodotto. Ormai si decide sulla base delle sentenze della magistratura superiore e dai non dovrebbe esser così poiché gli indirizzi cambiano e non c’è una automaticità nell’applicazione delle norme e bisogna avere il supporto della cultura, che è ciò che fa la differenza. Questa disciplina crea giuristi consapevoli, che sono quelli che servono alla società.

AURELIA: Grazie, Professore. Mi perdo sempre nell’ascoltarLa! Passo la parola alla mia collega Valentina.

 

VALENTINA: Una domanda che mi sorge spontanea ora: abbiamo parlato dell’università e di come sia cambiata rispetto a quando la frequentava Lei. La penalizza insegnare oggi oppure sente giusto il modo in cui insegna oppure vorrebbe farlo in un altro modo?

PROF: Non mi piace il modo il modo in cui oggi l’università si è costruita per il contorno: la burocratizzazione, perché tutto si è trasformato in termini burocratici e formali che non servono assolutamente a nulla e a cui non è conseguito alcun effetto sostanziale. Poi, non si è capito quale sia diventata la funzione del docente, che ieri era essenzialmente quella di insegnare come attività didattica, legata all’attività di ricerca, tale da consentire l’approfondimento di tematiche e questioni che vengono riversate nella didattica. Che le cose dovessero modificarsi e cambiare era necessario, ma oggi si è giunti a un momento nel quale l’attività di ricerca è diventata meramente eventuale e tutto si è trasformato in termini quantitativi, in base a quanti “prodotti” all’anno un docente elabora, che non assicura che siano sempre qualitativamente di pregio. Non si può essere così creativi da realizzare tanti articoli egualmente di qualità. Si è sottovalutata l’attività di ricerca e con l’aumento degli adempimenti amministrativi e della partecipazione dei docenti a una serie di attività certamente importanti ma che in alcuni casi dovrebbero essere svolte a supporto e non come protagonisti principali di essa, in modo tale che la didattica venga penalizzata, diventando spesso e volentieri una sorta di riproduzione di cose già dette, un po’ come avviene nei licei, come racconta Venditti in una sua canzone riguardo al Professore che spiegava Virgilio nello stesso modo e con le stesse parole per trent’anni. Ognuno di noi non è più in grado di preparare un corso che ogni anno è diverso da quello precedente, con delle linee di base comuni ovviamente. Questo non mi penalizza perché io ho sempre inteso l’università come un’attività, soprattutto nei confronti nello studente, di servizio e il rapporto con lo studente non è cambiato e ognuno ha lo stesso diritto di apprendere, ma sento che stiamo andando in una direzione che dovrebbe essere arrestata, ripensata e riformulata in maniera diversa per cercare di ridare dignità alle attività di ricerca e di didattica del docente universitario, perché l’obiettivo finale è lo studente e noi siamo lì per questo.

 




AURELIA: Professore, naturalmente non possiamo non riallacciarci alla filosofia del diritto, perché nell’approccio all’arte e all’anima umana Modigliani è originale e ci restituisce anche un pensiero di fondo che fa parte della composizione artistica e del suo processo di creazione, vale a dire la sua elaborazione scientifica. Sotto questo profilo, riguardo a Modigliani, vorremmo che Lei ci proponesse un quadro -senza anticipare troppo ai colleghi che stanno frequentando il corso di Diritto e Letteratura attualmente, che ricordiamo sia nel vivo in questo momento!- per affiancarlo alla figura di un filosofo: in una parete ideale, quale opera di Modigliani e il ritratto di quale filosofo del diritto lei appenderebbe?

PROFESSORE: Modigliani opera in un momento molto particolare e l’intero momento storico in cui egli opera è un periodo di anticonformismo e messa in discussione delle regole sociali, dell’autorità, del potere. Prima Valentina parlava di Modigliani come artista e come persona, ma in realtà lui si colloca in un momento di grande ricerca della libertà in campo artistico. Convivono artisti che hanno un modo di vedere e di riprodurre le cose in modo differente: Utrillo rappresenta soprattutto paesaggi, al contrario di Modigliani, eccetto gli unici realizzati da egli in Costa Azzurra, che purtuttavia riproducono dei volti sul piano della natura. C’è Picasso e ci sono gli espressionisti. Ci troviamo in un periodo di grande fermento culturale ed è gente molto bohemien e anticonformista, nei luoghi di Montmartre e Montparnasse, che sono due luoghi che nel nostro immaginario sono rappresentativi di Parigi perché è stato dove questi artisti si sono formati e hanno cambiato il modo di vedere la società.

Io sono molto legato all’ultimo quadro di Modigliani e mi piacerebbe che fosse l’ultimo almeno, non lo so, ma è il suo autoritratto, che realizza prima di morire. Lui si rappresenta in maniera molto precisa e rappresenta l’idea di questo periodo secondo cui l’artista è la sua arte e quindi la sua persona incarna perfettamente anche il suo essere artista e si realizza appieno solo tramite la sua arte.

In questo periodo ci sono dei filosofi che hanno la loro rilevanza: uno di loro è Bergson che mette in campo elementi che saranno sfruttati anche dal cubismo e da Picasso, e ricordiamo che qui nasce la psicanalisi con Freud, che potrebbe essere uno di quegli autori maggiormente rappresentativi del pensiero di Modigliani, che va alla ricerca della profondità dell’animo umano e da un punto di vista strettamente correlato alla filosofia del diritto, invece, questa pluralità di visioni artistiche è corrispondente a una messa in discussione del positivismo giuridico, secondo l’idea che il diritto non è solo il prodotto dello Stato, ma anche dei corpi sociali, degli uomini e della società. Il filosofo del diritto più rappresentativo è Santi Romano, con la sua idea dell’istituzionalismo, sebbene in alcune cose egli non sia così diverso da Kelsen. Quello che fa Santi Romano è di far vedere un’altra faccia della medaglia facendo intravedere delle opportunità e delle possibilità diverse e quindi avvicinerei Modigliani -come figura della sua epoca- a questo filosofo. Tutti e due, poi, sono fondamentalmente antimetafisici: Modigliani lo dice in maniera chiara e Romano è un positivista che non soffre l’idea di una visione metafisica del diritto. Spero di essere stato chiaro.

VALENTINA: Assolutamente sì, Professore, e anzi ha anticipato quella che sarebbe stata la mia ultima domanda, “Che quadro si sente?”.

PROF: Sì, che sarebbe quello che appenderei, ma non che realizzerei, che sarebbe probabilmente l’ultimo ritratto di Jeanne Hébuterne, in cui appaiono i due occhi.

AURELIA: Allora, Vale, proponiamo un “pensiero finale” al Professore? (ndr. Ridendo, tutti)

VALENTINA: Io trasformo la mia domanda e Le chiedo, che quadro si sente, tra tutti, in generale?

PROF: Io sono stato attratto da Modigliani e ancora prima dal quadro di Goya raffigurante il cane e soprattutto per il fatto, a cui forse mi ispirerei di più se dovessi scrivere un romanzo, una poesia o un pensiero, di riuscire a spiegare il legame tra finito e infinito, secondo l’avvicinamento maggiormente possibile all’assoluto e a quello che in realtà noi non conosciamo. Questa pittura nera di Goya, che è l’ultima ed è collocata al Prado come se fosse a casa della Quinta del Sordo, dove era alla fine della parete, mi ha così colpito che sono stato fermo forse per mezz’ora a osservare il quadro. Io lì vedo la rappresentazione del legame tra la vita e la morte, di chi è ancora in vita ma ha lo sguardo proiettato verso la morte; e, non è uno sguardo triste o rassegnato, ma di consapevolezza, di chi si avvicina alla morte con serenità e di chi probabilmente ha compreso l’essenza della vita, che non è una cosa facile. Mi piacerebbe essere quello.

AURELIA E VALENTINA: Grazie, grazie veramente, Professore. Abbiamo imparato stamattina.

PROF: E di che, è un piacere e in queste cose si impara sempre in due e mai da soli. A volte si esprimono delle cose perché dall’altra parte c’è qualcuno che induce a farlo e io di questo non dubitavo.




Intervista a cura di: Aurelia Mangone e Valentina Rotundo 

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