Nel corridoio che conduce alla sala del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a New York, per decenni è stato impossibile ignorare un’immagine: l’arazzo di Guernica, realizzato nel 1955 sotto la supervisione di Pablo Picasso e commissionato da Nelson Rockefeller. Una presenza silenziosa ma imponente, pensata per ricordare ai rappresentanti del potere politico globale cosa significhi davvero la parola “guerra”. Rimosso nel 2021, l’arazzo è tornato al suo posto nel febbraio 2022. Non è un dettaglio decorativo: è un monito. Ogni giorno, davanti a quell’immagine, capi di Stato e diplomatici attraversano un corridoio che li costringe a fare i conti con le conseguenze delle loro decisioni.
Per capire la forza di Guernica bisogna tornare al 1937, nel pieno della Guerra civile spagnola. Il 26 aprile, la cittadina basca di Guernica viene rasa al suolo da un bombardamento condotto da forze franchiste con il supporto dell’aviazione tedesca e italiana. Non si tratta di un’azione militare “tradizionale”: è uno dei primi esempi in cui l’aviazione viene usata deliberatamente per colpire la popolazione civile, con l’obiettivo di terrorizzare e annientare.In quel momento storico si consuma una trasformazione radicale: il confine tra combattenti e non combattenti si dissolve. La guerra non si combatte più solo al fronte, ma si abbatte sulle città, sulle case, sulle persone comuni.
È in questo contesto che Picasso realizza Guernica, presentandolo nello stesso anno all’Esposizione Universale di Parigi. L’opera non racconta un episodio con precisione documentaria: lo trasfigura. Figure umane e animali si accalcano, si contorcono, urlano. Il dolore è ovunque. La composizione costruisce un crescendo drammatico che culmina nel nitrito straziante del cavallo al centro della scena, diventando una sintesi visiva dell’orrore. La scelta cromatica è radicale: niente colori, solo bianco, nero e grigi. È una tavolozza che richiama le fotografie di cronaca, ma soprattutto elimina ogni distrazione estetica. Oggi Guernica è conservato al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, ma il suo significato ha superato da tempo il luogo e il tempo in cui è nato. Non è solo il racconto di una città bombardata: è un’accusa permanente contro tutte le guerre.
In un’epoca in cui i conflitti continuano a colpire civili innocenti, quell’opera resta attuale in modo scomodo. Non consola, non offre soluzioni. Fa qualcosa di più difficile: costringe a guardare.
E a non dimenticare.
Scritto da Giuseppe Agostino

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