Immaginiamo di essere giornalisti della RAI e di voler partecipare a un programma su un’altra rete per parlare di cultura o scienza. Ora, immaginiamo che ciò ci venga vietato — proprio durante una campagna referendaria. È quanto sta succedendo, e sta facendo discutere tutto il Paese.
Il 14 gennaio 2026 i professionisti dell’informazione della principale emittente pubblica hanno ricevuto una circolare firmata dall’amministratore delegato della RAI, Giampaolo Rossi, con riferimento alle date ufficiali del referendum del 22 e 23 marzo 2026. La disposizione limita, durante la campagna referendaria, la partecipazione di giornalisti e personale RAI a trasmissioni di emittenti concorrenti.
Ma le vere notizie sono arrivate subito dopo, sotto forma di forti dichiarazioni di rappresentanti politici e sindacati, pronti a difendere la natura dell’informazione: libera da ogni tentativo di censura.
Dario Carotenuto, capogruppo del M5S in Vigilanza RAI, ha parlato su X di “restrizione preventiva del dibattito pubblico”, con cui l’azienda avrebbe “messo il bavaglio ai suoi giornalisti”. A sostegno delle sue parole, ha citato esempi di figure note escluse dal confronto televisivo esterno, “non per ciò che dicono, ma per il periodo in cui lo potrebbero dire”.
Questo punto è cruciale per spegnere una delle tante teorie sul tema: la misura non c’entra nulla con la par condicio, normativa che si occupa esclusivamente di garantire il bilanciamento delle voci politiche durante le campagne elettorali e i referendum. Parlare di equa visibilità per i partiti e le forze politiche è una cosa; limitare il coinvolgimento dei giornalisti in altri programmi televisivi è tutt’altra questione.
Anche il sindacato dei giornalisti della RAI, Usigrai, ha espresso pubblicamente “forti preoccupazioni” sulla gestione dell’informazione in vista del prossimo referendum costituzionale sulla giustizia, denunciando una limitazione della libertà di espressione nel contesto di un servizio pubblico che dovrebbe muoversi sulla base del pluralismo e dell’indipendenza dei propri giornalisti.
Rivendicazioni di questo genere non germogliano dal nulla, ma affondano le radici in un passato, anche recente, in cui decisioni editoriali hanno messo a dura prova il lavoro delle redazioni e la loro autonomia. Un esempio emblematico è il monologo di Antonio Scurati in occasione del 25 aprile 2024, programmato su Rai 3 e cancellato in calcio di rigore, scatenando la reazione dell’opinione pubblica, nonché della stessa conduttrice che aveva annunciato la partecipazione dello scrittore.
La RAI, dal canto suo, ha sempre respinto ogni accusa di “censura”. Tuttavia, ciò non impedisce che all’interno del settore vada in crescendo un clima di intimidazione indiretta, ove i giornalisti, pur non ricevendo ordini espliciti sui contenuti, tendono a ridurre spontaneamente i propri interventi su temi delicati, per timore di subire conseguenze a livello professionale.
Nella speranza di ottenere risposte tangibili, sono stati avviati tentativi di adeguamento della legislazione italiana agli standard europei. Nonostante l’entrata in vigore del Regolamento europeo sui media (EMFA) nel 2025, Usigrai ha denunciato mediante i suoi comunicati che l’Italia “non ha prodotto una legge in grado di garantire alla RAI autonomia e indipendenza”, lasciando aperta la questione sul respiro autenticamente libero del servizio pubblico.
L’intera vicenda ci pone davanti ad un interrogativo, forse anche un po’ scomodo e poco ricorrente: noi, come siamo disposti a vedere e vivere l’informazione?
Sono semplici parole quelle stampate nei giornali e pronunciate nei telegiornali, eppure dotate di una grande forza, didattica e persuasiva, che permette a ciascuno di farle care nei discorsi condotti nel quotidiano. È per tale motivo fondamentale difendere la loro autenticità. L’informazione deve essere una piazza di libertà e scambio, in cui opinioni si incontrano e talvolta “siedono alla stessa panchina”
Non solo: l’informazione rende l’individuo pronto al dibattito politico. Riprendendo le parole di Noam Chomsky, linguista e attivista del XX e XXI secolo, l’informazione libera è ciò che permette al pubblico di capire, discutere e partecipare alle decisioni collettive. La funzione del giornalismo è quella di rendere accessibili elementi della nostra realtà così come sono, senza filtri ideologici, lasciando al cittadino la facoltà di decidere da sé. Diventa così una delle tante risorse in grado di svelare il ruolo incisivo del singolo, uno “strumento di democrazia” che consente una valutazione critica del potere. Più fonti e più punti di vista, più cittadinanza attiva.
Scritto da Benedetta Punturiero
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