La tragedia negli occhi di un artista





 Oggi, nella Giornata Mondiale di Commemorazione in memoria delle Vittime dell’Olocausto, ricordiamo David Olère, un artista che ha ritratto il volto delle tante vite segnate e distrutte dalla tragedia della Shoah, tramite un messaggio eterno di impegno a mantenere viva la memoria di quello che è stato, che si scolpisce in eterno negli occhi di chi osserva le sue opere, comunicando un monito eloquente contro ogni forma di disumanizzazione, intolleranza, odio e violenza.

David Olère nasce in Polonia nel 1902 e sin da bambino si appassiona alla pittura e al disegno, infatti conclude i suoi studi all’Accademia di Belle Arti.

La sua carriera, tra la Germania e la Francia, inizia come scenografo lavorando anche per Paramount Pictures e Columbia Pictures mentre a Parigi, sposa, nel 1930, Juliette Ventura, dalla cui unione nacque il figlio Alexandre.

La sua vita e la sua Arte sono fortemente legate alla terribile esperienza vissuta ad Auschwitz, poiché con l’ascesa del regime Nazista la sua vita cambiò profondamente quando fu arrestato e deportato nei campi di concentramento a causa delle sue origini ebraiche. Ad Auschwitz visse esperienze orribili anche perché era un membro del “Sonderkommando”, un’unità operativa in cui erano costretti a lavorare gli ebrei, obbligati a svolgere mansioni disumane nelle camere a gas e nei crematori per portare avanti il processo di sterminio messo in atto dal Nazismo.

Olère riuscì a sopravvivere allo sterminio e alla sua posizione nel campo di concentramento quando fu liberato nel 1945 e fece ritorno a Parigi dove concluse la sua vita all’insegna dell’arte e della pittura ponendo al centro delle sue opere l’orrore perpetrato dai nazisti.

Diverse, tra le sue opere, furono esposte in Francia e negli Stati Uniti fino agli anni ‘60.

Egli divenne un testimone dopo essere stato un sopravvissuto e con la sua pittura ha rappresentato, visivamente, le pratiche orribili che si consumavano nei lager nazisti. Olère trasformò la sua arte, in una eterna testimonianza della brutalità che ha vissuto, dipingendo con realismo e lucidità la realtà dei campi di sterminio, rendendo protagonisti tutti coloro che non sono sopravvissuti. Ha raccontato, tramite scelte di colore pensate, come venivano gestite le fabbriche della morte ad Auschwitz, infatti, fu il primo artista a disegnare piante e sezioni delle camere a gas e dei forni crematori.

Spesso, nelle sue opere, si coglie la sua posizione di “testimone”, quando dipinge se stesso silenzioso e inquieto che guarda, impotente, scene orribili destinate a perdurare per sempre intatte nella sua memoria e a riversarsi nella sua pittura, nei secoli, come una cronaca artistica di una delle pagine più oscure della storia dell’umanità.

Il figlio Alexandre ricorda che al rientro a casa di suo padre, «di lui non rimaneva altro che gli occhi». Provato in tutti i sensi dalla sua esperienza, riusciva a comunicarla solo disegnando.

Olère ha impresso ciò che ha visto innanzitutto in 70 drammatici disegni, da cui hanno origine i dipinti a olio, la cui più grande collezione è custodita presso il Memoriale di Auschwitz, che ha ricevuto in dono da una collezione privata il primo quadro nel 2014, per il 70° anniversario della liberazione di Auschwitz.

Piotr Cywiński, Direttore del Museo, ha messo in risalto «la forza del trauma» e «la volontà di vivere della persona che ha vissuto la più oscura delle esperienze del campo», che vengono filtrate dallo sguardo dell'artista ne Il cibo dei morti per vivi, un autoritratto che tra i colori insaturi con cui egli si mostra e i toni accesi del cibo e di una bambolina rimasta sola evidenzia questo tragico binomio.

Tra i suoi disegni, Per una crosta di pane e La stanza del forno, e tra i suoi dipinti Arrivo di un convoglio e La strage degli innocenti illustrano, con estremo realismo e una impressionante carica emotiva, l'urlo di disperazione di una umanità spezzata alle sue radici.

Dopo la sua scomparsa a Noisy-le-Grand, in Francia, nell’agosto del 1985, Olère continua a parlare attraverso i suoi familiari. Sua moglie e suo figlio, come anche suo nipote, hanno affidato le opere di quell'uomo che "non aveva parole per descriverlo" a diversi musei a perenne memoria della tragedia dell'Olocausto e in ricordo delle tante vite distrutte dalla barbarie nazista, consentendo ciò che «è necessario», di «conoscere».



Scritto da Aurelia Mangone e Chiara Navarra 

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