Premessa: Januaria Carito non ha bisogno di presentazioni. Men che meno della mia. La cantautrice calabrese, spagnola d’adozione, è una delle voci più riconoscibili e autorevoli della nostra terra. Alle spalle, ha una carriera longeva e, soprattutto, ricca di soddisfazioni, fra TV, busking, live d’autore e riconoscimenti di ogni genere.
Chi scrive, peraltro, gode dell’immenso privilegio di poterla chiamare “amica” e di aver condiviso con lei indimenticabili frammenti di spettacolo e di vita quotidiana: dalle giornate in studio ai Festival “gomito a gomito”, fino alla scrittura, a quattro mani, del singolo “Giovanna”, brano eccentrico e sfidante, capace di trasformare in canzone un rapporto d’affetto e profonda stima reciproca.
A un mese esatto dall’uscita di “Santi – Dall’onirico al risveglio”, la sua ultima fatica discografica, l’ho raggiunta per quella che, prima che un’intervista, è una vera e propria chiacchierata fra amici e che, di seguito, riporto, in maniera tale che ciascuno dei nostri lettori possa fare propri i preziosissimi spunti di riflessione che l’artista catanzarese classe 1988 ha deciso di affidare alla mia penna.
- Janu, allora, facciamo finta che io e te non ci conosciamo e, soprattutto, che io sia appena tornato da un lungo viaggio. Sono a Catanzaro, bloccato nel traffico dell’ora di punta, quando, all’improvviso, vedo in lontananza un pullman con tuo nome sul retro. Cosa mi sono perso?
- Ok Anton, fingiamo di non conoscerci. Scusa, chi saresti? Baggianate a parte… Quello che dici è successo davvero! Ti sei trovato di fronte il bus e hai pensato “Che sta succedendo?”. Beh, ti sei perso che… Il 24 dicembre è uscito il mio ultimo e primo lavoro ufficiale. Intorno alla pubblicazione del disco, ci sono tante persone che hanno creduto davvero in questo progetto. Dagli amici alle aziende calabresi che hanno deciso di investire in questo prodotto. Prodotto che, del resto, è sostanzialmente al 100% calabrese, a dimostrazione del fatto che non abbiamo assolutamente nulla da invidiare alle altre Regioni.
- Bene, adesso vorrei che mi raccontassi, appunto, dell’album. Però come se dovessi spiegarlo a tua nonna.
- Hey, bada a come parli: mia nonna ne sa più di te. Però, dai, proviamo a spiegare a nonna Rosanna cos’è un concept album. “Santi – Dall’onirico al risveglio” è proprio questo: un racconto che si snoda tra le varie canzoni, che ripercorre la mia vita, in maniera a volte aggressiva. Però chi, come te, mi conosce sa che anche questo aspetto fa parte di me. Ho voluto pensare all’album come a un viaggio “astrale” lucido e consapevole. Un viaggio nel quale l’ascoltatore che si avvicina a me per la prima volta ha modo di sapere chi sono realmente e, di conseguenza, se posso piacergli o meno. Perché parliamoci chiaro: se non ti piaccio è difficile anche capire cosa voglio dire in alcune canzoni. Insomma, è un racconto con dentro tutte le “me” contro le quali combatto ogni giorno.
- A proposito delle canzoni. Nella tracklist, trovo “Santi” e “Smarriti”, già note al pubblico. Come mai hai deciso di includerle in un progetto che, per il resto, è completamente inedito?
- Giusta osservazione. “Santi” dà il nome a quella parte dell’album che mi piace definire “chiara ed esplicita”. I “santi”, infatti, hanno dato vita a tutte le personalità che convivono in questo “condominio” che mi tocca, mio malgrado, amministrare. “Smarriti”, invece, doveva necessariamente esser parte di questo percorso onirico, dal momento che testimonia un momento chiave nella vita della protagonista.
- Chiarissima. Restiamo sulle canzoni. Ce n’è una in particolare alla quale ti senti più legata?
- Domanda difficile. Ritengo che “Campari” e “Adelmina” siano quelle che mi appartengono di più.
- Ecco, ne approfitto per chiederti subito chi è Adelmina. E se è vero che “Campari” racconta di un aperitivo a Giovino. Ancora, quando canti “Vai da lei”, ti capita di sbagliare e dire “Via da lei” o è soltanto una leggenda metropolitana?
- Andiamo in ordine. Adelmina è il mio alter ego, quella parte di me che ha in custodia i ricordi. Ricordi dove ci stanno anche i Campari che no, non sono quelli che intendi tu. “Campari” è un inno alla diversità. Perché “siamo tutti uguali, tutti diversi, tutti speciali”. E tutti, bene o male, “tiriamo a Campari”. Per quanto riguarda “Vai da lei”, si è sempre chiamata così. Però il nostro comune amico Vincenzo Maida ne ha storpiato il titolo fin dal primissimo momento. Anche e soprattutto nei master che ha mandato a me. Però no, nonostante Maida, a me non viene da cantarla così.
- Maida, appunto. Sempre lui. Parliamo di addetti ai lavori. Chi ha collaborato alla realizzazione del disco?
- Maida è stato, insieme a me, l’architetto di questo progetto. Come mi piace raccontare, gli mandavo un messaggio la mattina alle sei dicendogli “Ho scritto una canzone; per favore: chiama”. Per dieci giorni è stato un mantra… Anima pia! Fondamentale è stata anche la partecipazione di Valerio Mazza, che ha letteralmente trasformato in melodia tutto quello che avevo in testa. E, ancora, Raffaele Caligiuri al basso, Beppe Polizzese alla batteria, Antonio Politano alle tastiere e Anna Faragò: sono stati al mio fianco nello showcase che, a proposito, sarà presto disponibile in video. Infine, ma non, ovviamente, per ordine d’importanza, Domenico Ferrari e Raffaele Cosco (con la loro azienda, la SmartOop) hanno creduto fortemente nel disco: a loro devo la realizzazione del vinile come supporto fisico dell’album.
- Veniamo alla copertina, che io trovo iconica. Anzi, pazzesca, come piace dire ai giovani d’oggi. Chi l’ha realizzata? Cosa rappresenta?
- Trovo che la copertina sia più bella del disco in sé. Il merito è tutto di mio marito, Andrea Riberu Bagalà. Diciamo che l’ha creata lui, ma è nata per gioco. Tra l’altro, anche la copertina è un racconto: racconta la storia che è racchiusa nelle parole. Ci sono moltissimi elementi nascosti che si possono individuare soltanto ascoltando i brani.
- Hai già suonato dal vivo il disco? Lo rifarai?
- Sì, abbiamo presentato il disco agli sponsor, alla stampa e agli addetti ai lavori in generale il 19 dicembre scorso. Quella mattina Rebecca Bartolotti, un’artista unica nel suo genere, mi ha regalato una gonna di pelle nera con la copertina dell’album dipinta a mano da lei, quasi come fosse una grande e avvolgente cintura. È stato bellissimo. Tutti i musicisti intorno a me, un pubblico attento… Semplicemente magico. Aspetto la Primavera per poter presentare l’album ufficialmente a tutti, in un’altra serata speciale. E lo rifarò. Lo rifarò ancora, lo rifarò fino a stancarmene.
- E se volessi ascoltare e/o acquistare il tuo album?
- In rete trovi la versione digitale su qualsiasi piattaforma di streaming. Il vinile, invece, è disponibile a Catanzaro Lido, presso la Libreria Ubik e La corte di Bacco, in Piazza A. Garibaldi.
- Un’ultima cosa. Ce lo dedichi un saluto?
- Ragazzi belli, cosa posso dirvi? Intanto, sono grata perché mi avete regalato l’opportunità di aprirmi a un nuovo pubblico e di far arrivare allo stesso la mia musica. Quindi, grazie. Poi, un’altra piccola cosa che vorrei dire a tutti, te compreso Anton. Questo disco, per me, è stato un sogno che si è realizzato, la dimostrazione che non è mai troppo tardi. Nemmeno a trentotto anni… Suonati. Credete sempre nei vostri sogni. Sempre. Grazie ancora e a presto.

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