Da Catanzaro a Casa Sanremo: il viaggio di Cronico continua con “Senza Rumore”.






Catanzarese di nascita, milanese d’adozione, il cantautore classe 1985 Fabio Parrottino, in arte Cronico, è un artista capace, come pochi, di coniugare musica e parole nel racconto – poetico e al contempo sincero – della quotidianità. Lo abbiamo raggiunto, all’indomani della partecipazione a Casa Sanremo e della release di “Senza Rumore”, il suo nuovo singolo, per un’intervista nella quale si è messo a nudo.


Intervista:

- Ciao Fabio! Come presenteresti te stesso e il tuo progetto artistico a chi non si è mai accostato alla tua musica?

- Ciao, sono Cronico. Prima ancora di definirmi un artista, mi piace pensarmi come una persona che “sente” molto e che ha trovato, nella musica, un modo per dare un senso a ciò che prova. Il mio progetto nasce proprio da questo: dall’esigenza, quasi inevitabile, di trasformare emozioni, pensieri e fragilità in parole e suoni. Faccio cantautorato indie perché è il linguaggio che mi permette di essere il più sincero possibile. Nelle mie canzoni, cerco di raccontare momenti di vita, paure, relazioni, silenzi, cadute e rinascite. Non mi interessa costruire un personaggio perfetto. Mi interessa raccontare il lato più umano delle cose, quello in cui l’ascoltatore può riconoscersi. Se qualcuno si accosta per la prima volta alla mia musica, mi farebbe piacere che lo facesse senza aspettative, lasciandosi semplicemente attraversare dalle parole e dalle atmosfere. Per me, ogni canzone è una pagina di diario lasciata aperta sul tavolo.

- Persona e personaggio: quanto c'è di Fabio Parrottino in Cronico e viceversa?

- Quella sul rapporto tra persona e personaggio è una domanda che mi accompagna spesso. In realtà, Cronico non è una maschera, ma una lente. Fabio Parrottino vive la quotidianità, osserva il mondo, attraversa esperienze, errori, relazioni, momenti di dubbio e di crescita. Cronico è il luogo in cui tutto questo prende forma e diventa racconto. È come se fosse la parte più esposta e vulnerabile di me, quella che riesce a dire ad alta voce ciò che, a volte, nella vita resta sotto traccia. C’è tantissimo di Fabio in Cronico, perché le storie, le immagini e le emozioni nascono sempre da qualcosa di reale. Allo stesso tempo, Cronico mi permette di guardarmi da fuori, di elaborare ciò che vivo e di trasformarlo in qualcosa di condivisibile. In questo senso, non esiste davvero una separazione netta: Cronico e Fabio convivono e si alimentano a vicenda.



- Da “Tempesta” a “Dirti Che”, passando per “Anestesia”: quanto è importante e difficile, ad oggi, essere camaleontico e saper reinventarsi, negli anni, pur mantenendo la propria identità?

- Nel mio percorso artistico, ho sempre sentito il bisogno di muovermi, cambiare pelle, evolvermi. Brani come “Tempesta”, “Anestesia” e “Dirti Che” rappresentano momenti diversi della mia vita e della mia ricerca musicale. Non credo che un artista debba restare fermo nello stesso punto: la musica, come la vita, è trasformazione. Essere camaleontici oggi è quasi inevitabile, perché il mondo cambia velocemente e anche la sensibilità di chi crea si modifica col tempo. La difficoltà, però, sta nel non perdere il proprio centro. Per me, quel centro è la scrittura e l’onestà emotiva. Possono cambiare le sonorità, la produzione, l’approccio ai brani, ma se la verità di quello che racconto resta intatta, allora la mia identità rimane riconoscibile. Reinventarsi non significa snaturarsi, ma trovare nuove forme per raccontare ciò che si è.

- Da tempo, ormai, abiti e lavori a Milano, ma sei originario del catanzarese: quali differenze hai riscontrato, tra Nord e Sud, nel modo di vivere la musica?

- Vivere tra Sud e Nord mi ha dato una prospettiva molto interessante sulla musica. Io vengo dal catanzarese, una terra in cui la musica è profondamente legata alla dimensione umana e comunitaria. C’è qualcosa di molto istintivo, quasi viscerale nel modo in cui viene vissuta: la musica è condivisione, racconto, identità. Trasferirmi a Milano mi ha, invece, aperto le porte di una realtà molto più strutturata, dinamica e competitiva. Qui ho trovato più opportunità di confronto, più stimoli e una rete professionale più ampia. Allo stesso tempo, però, ho sempre cercato di portare con me quella sensibilità del Sud, quel modo più emotivo e diretto di vivere la musica. Credo che il mio progetto artistico sia proprio l’incontro tra queste due dimensioni: la radice e il movimento.

- Al tuo fianco, da una vita, il producer Stonhead: qual è il ruolo di Fabio Canino nel tuo progetto?

- Stonhead non è semplicemente il producer del progetto: è una figura fondamentale nel mio percorso artistico. Con lui esiste un dialogo continuo, che va oltre la produzione musicale. Spesso partiamo da una parola, da un’immagine o da un’emozione e insieme cerchiamo di capire quale veste sonora possa raccontarla nel modo più autentico. Il suo ruolo è quello di tradurre in suono ciò che io cerco di esprimere con le parole. Nel tempo, si è creato un equilibrio creativo molto naturale: io porto il mondo narrativo e lui contribuisce a costruire l’universo sonoro in cui quel mondo prende vita. È una collaborazione basata su fiducia, ascolto e visione condivisa.



- “Senza Rumore” è il tuo ultimo singolo, disponibile sia nella versione originale che in una più intima: come lo racconteresti a chi non l'ha ancora ascoltato per invogliarlo a farlo?

- “Senza Rumore” è forse uno dei brani più delicati che abbia scritto. Nasce dalla riflessione su tutte quelle emozioni che non fanno clamore, che non arrivano come una tempesta ma si insinuano lentamente dentro di noi. A volte le cose più importanti accadono proprio così: in silenzio, quasi senza accorgercene. Il brano racconta quella dimensione intima dei sentimenti, dove spesso il non detto ha più peso delle parole stesse. Ho voluto pubblicarlo in due versioni proprio per mostrare due prospettive dello stesso racconto: una più completa dal punto di vista sonoro e una più essenziale, quasi spoglia, in cui la voce e il testo diventano il centro di tutto. È una canzone che invita ad ascoltare non soltanto la musica, ma anche i silenzi tra le note.

- Sei reduce da Casa Sanremo: che esperienza è stata?

- L’esperienza di Casa Sanremo è stata molto intensa e significativa. Trovarsi in un contesto così carico di energia artistica significa confrontarsi con realtà diverse, con altri artisti, con professionisti del settore e con un ambiente che respira musica a ogni ora. Sono momenti che ti mettono alla prova ma, allo stesso tempo, ti ricordano perché hai scelto questo percorso. Tornare da esperienze del genere significa portarsi dietro nuovi stimoli, nuove idee e una consapevolezza maggiore del proprio cammino.

- Se potessi scegliere un artista (contemporaneo o del passato) con cui fare un featuring, chi sarebbe e perché?

- Probabilmente, Lucio Battisti. Non soltanto per l’impatto enorme che ha avuto sulla musica italiana, ma per la sua capacità di unire ricerca sonora e profondità emotiva. Le sue canzoni sono riuscite ad essere allo stesso tempo popolari e incredibilmente innovative. Collaborare con un artista così avrebbe significato entrare in un laboratorio creativo capace di rompere continuamente gli schemi.

- La critica parla spesso di te come "poeta indie": qual è il ruolo della scrittura nella tua vita e, soprattutto, nella tua produzione artistica?

- La scrittura è il cuore pulsante della mia vita artistica. Prima ancora della melodia, prima ancora della produzione, per me viene sempre la parola. Scrivere è un atto di introspezione, ma anche di condivisione. È il modo in cui riesco a dare forma ai pensieri, alle inquietudini e alle domande che mi porto dentro. Quando qualcuno parla di me come di un “poeta indie”, lo interpreto come un invito a continuare a dare valore alle parole in un momento storico in cui spesso tutto scorre molto velocemente. Io credo ancora nel potere della scrittura come spazio di verità.



- Ti chiedo, infine, un saluto alla redazione di Ermes e, prima ancora, un consiglio a un giovane artista desideroso di intraprendere un percorso in questo complesso e affascinante mondo. Grazie per il tempo che ci hai dedicato e in bocca al lupo per il prosieguo del tuo viaggio.

- Un grande saluto alla redazione di Ermes e grazie per l’attenzione e per lo spazio dedicato al mio progetto. A un giovane artista che vuole intraprendere questo percorso direi, prima di tutto, di avere pazienza. La musica non è una corsa veloce ma un cammino lungo, fatto di tentativi, errori, crescita e consapevolezza. È importante studiare, ascoltare tanto, ma soprattutto restare fedeli alla propria voce. In un mondo in cui spesso si cerca di assomigliare a qualcosa che funziona, la vera forza sta nell’essere autentici. Se quello che si crea nasce da una necessità reale e sincera, allora avrà sempre un valore, indipendentemente dai numeri o dalle mode del momento. La musica, alla fine, è soprattutto questo: un modo per raccontare chi siamo. Grazie ancora e buon viaggio a tutti.




Intervista a cura di Antongiulio Iorfida 

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