Il malore accusato da Christian Eriksen durante l’amichevole tra Danimarca e Ucraina ha inevitabilmente riportato alla mente quanto accaduto agli Europei del 2021. In quell’occasione il centrocampista danese fu protagonista di uno dei momenti più drammatici che il mondo del calcio ricordi, un episodio che lo portò successivamente a sottoporsi a numerosi controlli e all’impianto di un defibrillatore impiantabile.
Fortunatamente, questa volta la situazione è apparsa meno grave. Eriksen ha ripreso conoscenza rapidamente ed è riuscito a lasciare il campo sulle proprie gambe. Una notizia che ha rassicurato tifosi e appassionati, ma soprattutto chiunque metta al primo posto la salute e la vita di una persona.
Nei prossimi giorni, come spesso accade in questi casi, tornerà il dibattito: è giusto continuare a giocare dopo aver vissuto un’esperienza simile? Vale la pena correre determinati rischi per una partita di calcio? C’è chi sostiene che sarebbe meglio ritirarsi e dedicarsi alla famiglia e agli affetti.
Eppure, spesso si dà per scontato quanto possa essere difficile una scelta del genere. Per un atleta che ha dedicato l’intera vita a questo sport, arrivando ai massimi livelli, smettere non significa soltanto cambiare lavoro: significa rinunciare a una parte fondamentale della propria identità, a ciò che ama fare e a ciò che sente di essere.
Per questo non mi permetto di giudicare né le decisioni prese da Eriksen in passato né quelle che prenderà in futuro. Piuttosto, credo sia interessante soffermarsi sul tema dei defibrillatori impiantabili e sulle diverse normative che regolano l’attività sportiva.
In alcuni Paesi, infatti, è consentito continuare a praticare sport professionistico anche dopo l’impianto di un defibrillatore. È il motivo per cui Eriksen ha potuto proseguire la propria carriera all’estero dopo aver lasciato l’Italia. Situazioni simili hanno coinvolto anche altri calciatori, come Edoardo Bove.
Non è mia intenzione discutere se una normativa sia migliore di un’altra. In Italia le regole sono molto rigorose e non consentono l’attività agonistica professionistica a chi porta un dispositivo di questo tipo. Alcuni ritengono che sia la scelta più corretta. Probabilmente questo confronto continuerà ancora a lungo.
La riflessione che mi interessa fare è un’altra. Troppo spesso diamo per scontati strumenti come pacemaker e defibrillatori impiantabili, senza renderci conto di quanto rappresentino una straordinaria conquista della medicina. Grazie a queste tecnologie, milioni di persone possono continuare a vivere una vita piena, lavorare, praticare attività fisica e coltivare le proprie passioni.
Il punto, quindi, non è stabilire se sia giusto o sbagliato continuare a giocare a calcio dopo un determinato evento. Il punto è che, grazie ai progressi della scienza, oggi molte persone possono avere una scelta. Possono decidere, insieme ai medici e alle proprie famiglie, quale strada intraprendere.
Ed è proprio questa possibilità di scegliere il vero valore di queste innovazioni. Una possibilità che fino a pochi decenni fa, in molti casi, semplicemente non esisteva.
Per questo credo sia importante continuare a sostenere la ricerca medica e lo sviluppo tecnologico. Perché dietro ogni innovazione non c’è soltanto un progresso scientifico: c’è la possibilità concreta di migliorare la vita delle persone e, spesso, di salvarla.
Scritto da Alessio Ferraro

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