Scritto da Domenica Pia Leuzzi
Quanto può essere dolorosa la solitudine? Me lo chiedo spesso. È il disagio dei disagi del nostro tempo. Essere soli è come vivere in una stanza con pareti fatte da specchi, ovunque ti volti vedi solo il tuo viso, il tuo corpo, non conosci altro. Quale miglior posto per confrontarsi con chi sei veramente?.
Blaise Pascal affermava che «Tutta l'infelicità dell'uomo sta nel non saper restare quieti in una stanza». Pensiamo alla solitudine come un terreno avvelenato, da cui stare lontani per non ammalarsi. Pascal ribalta questa visione. Ci dice che ci ammaliamo proprio perché ci allontaniamo da quella stanza (aggiungerei piena di specchi).
Ci invita a vedere la solitudine non come un nemico, ma piuttosto come una medicina, per risolvere molti dei nostri problemi. Bisogna guardarsi in quegli specchi, perché se rifuggiamo da quella stanza, non vedremo mai la nostra immagine a 360° gradi. Quante parti di noi rimarrebbero segrete perché non le avremo viste riflesse?.
Quelle parti avrebbero tanto da offrire al mondo, sono un tesoro, nella profondità dell’anima. È forse anche per questo che Dio ha inventato la solitudine, per permetterci di vedere bellezze che altrimenti rimarrebbero seppellite. Che siano piccole o grandi idee, soluzioni, chiavi di volta, non è importante, ma ci rappresentano, perché sono il nostro riflesso e di nessun altro. La solitudine parla alla nostra unicità, non solo ai nostri problemi. E se fosse che la rifiutiamo non solo per paura di vederci fragili, ma anche autentici nelle virtù che possediamo?.
La solitudine, è la madre di tutte le ispirazioni, fucina di creatività. Il flusso creativo, trova largo stimolo in questo spazio, perché la creatività esce da dentro, attingendo a quella ricerca introspettiva. Più ci si addentra in questa indagine, più le idee fluiranno da sole e maggiormente la creazione sarà vicina alla nostra essenza, autentica, originale.
Introspezione e creatività sono un ponte, attraversabile lontano dalle distrazioni o piuttosto trasformando quelle distrazioni. Non è vero che ciò che ci distrae serve farci perdere tempo, può invece essere fonte di ispirazione perché se elaborato in solitudine, diventa carburante, spunto di riflessione. Viviamo di distrazioni, perché lasciarcele sfuggire?. Siamo convinti che per capirci meglio dovremmo isolarci dal mondo, allontanare gli stimoli esterni, ma se le due cose non fossero opposte ma bensì due facce della stessa medaglia?. Nessuno vuole stare solo, ma nessuno se avesse l’opportunità rifiuterebbe di conoscersi. Siamo esseri recettivi, tutto ci attraversa, niente ci è totalmente indifferente, anche se in molti casi ci sembra così. Siamo l’insieme di quello che viviamo, percepiamo. La solitudine se è accompagnata da stimoli collabora nel processo di autoscoperta. Gli stimoli infatti creano conoscenza, esperienza, e l’insieme di questi elementi crea identità.
Il contatto con il mondo esterno, accompagnato da una riflessione interna, che sviluppa le intuizioni, è la cosa che ci consente di evolverci. E quando la lampadina si accende durante le giornate, nei momenti meno probabili, che io penso si acceda ad una Coscienza superiore. È proprio quando le intuizioni bussano alla porta d’improvviso che è il momento di farle entrare per salire verso tale Coscienza. Non è la solitudine in sé a creare la Coscienza superiore, ma il modo in cui rielaboriamo ciò che viviamo quando siamo soli. L’accezione “Coscienza superiore”intreccia filosofia, psicologia e spiritualità ma potrebbe, generalmente definirsi come quello stato in cui l'anima sembra vedere più lontano dell'intelletto. Non consiste nel conoscere più cose, ma nel comprendere più profondamente ciò che già vive dentro e fuori di noi. È il momento in cui le esperienze, i pensieri e le emozioni smettono di apparire frammenti isolati e si ricompongono in un significato più grande e ciò che è grande intimorisce, forse per questo rifuggiamo dalla solitudine?

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