Il futuro non ha lancette

Scritto da Bruno Rachiele

Nella mia stanza, dietro la scrivania, c’è una replica della Persistenza della memoria di Salvador Dalí. Forse la sua opera più celebre, quella in cui gli orologi si sciolgono lentamente su un paesaggio immobile e quasi deserto. Ogni volta che alzo lo sguardo per guardarlo, li vedo colare come cera, come se il tempo non fosse più qualcosa di rigido, ma fragile, instabile, inarrestabile.

E forse è proprio così che viviamo il tempo, soprattutto negli anni universitari: a volte corre troppo veloce, tra sessioni, scadenze e programmi da portare a termine; altre volte sembra fermarsi, sospeso nell’attesa di capire cosa faremo, cosa saremo, cosa ci sarà “dopo”.

Quegli orologi molli non segnano un’ora precisa, ma credo siano lo specchio della nostra anima. Più li guardo e più penso che Dalí stesse parlando delle persone, non degli orologi. Della nostra paura di non fare in tempo. Della sensazione che il futuro sia vicino e lontano allo stesso tempo. Della domanda che ci accompagna in silenzio: ma io sto andando nella giusta direzione?

Il tempo è sempre stato un’ossessione umana. Sant’Agostino confessava: “Se nessuno me lo chiede, so cos’è il tempo; se provo a spiegarlo, non lo so più”. Anche noi, forse, sappiamo cos’è finché non dobbiamo misurarlo in crediti raggiunti e da raggiungere, scadenze, tesi o concorsi da preparare.

Eppure l’università dovrebbe essere il luogo del tempo lungo, non quello dell’ansia. Il tempo della formazione, che non è solo accumulo di nozioni, ma costruzione di senso.


Gli antichi greci distinguevano tra Chronos, il tempo che scorre e si misura, e Kairos, il tempo opportuno, quello che va colto e che, una volta passato, non si può più afferrare. Forse la nostra generazione vive schiacciata dal primo e dimentica il secondo. Dante Alighieri immaginava l’Inferno come un luogo senza speranza e il Paradiso come la piena realizzazione del desiderio umano. Ma tutto il viaggio della Divina Commedia è un attraversamento del tempo interiore: smarrirsi, cadere, risalire. Non è forse questo anche il percorso universitario?

E quando pensiamo ai sogni, non possiamo ignorare Sigmund Freud, che li definiva “la via regia per l’inconscio”. Il sogno come rivelazione di ciò che siamo davvero, oltre le aspettative sociali. Ma c’è anche il sogno collettivo, quello di cui parlava Martin Luther King Jr. nel suo celebre “I have a dream”: non un’evasione, ma un progetto di giustizia.

Forse oggi abbiamo smesso di pronunciare quella frase ad alta voce. Non perché non sogniamo più, ma perché abbiamo paura di sembrare ingenui. I bambini possono sognare e i più grandi no?

Eppure la storia è fatta di sognatori ostinati. Giacomo Leopardi, pur consapevole del dolore del mondo, difendeva le illusioni come energia vitale. Senza immaginazione, la vita si riduce a calcolo. Senza tensione verso l’infinito, restiamo prigionieri del contingente.

Anche Albert Einstein sosteneva che “l’immaginazione è più importante della conoscenza”. Non perché la conoscenza non conti, ma perché è l’immaginazione ad aprire nuove strade.

Allora forse il punto non è eliminare l’ansia del tempo, ma cambiare il modo in cui lo abitiamo.

L’università non dovrebbe insegnarci solo a rispondere correttamente a una domanda d’esame, ma a porci domande più grandi. Non solo “che lavoro farò?”, ma “che tipo di persona voglio essere?”. Non solo “quanto guadagnerò?”, ma “quale contributo voglio dare al mondo in cui vivo?”. Qualche mese fa ho visto il film Parthenope e una frase mi ha colpito profondamente: “Io non so nulla, ma mi piace tutto”. Forse è proprio da qui che si ricomincia: dall’apertura, non dalla certezza.

In un mondo che misura tutto in performance, crediti e risultati immediati, sognare diventa un atto quasi rivoluzionario. Significa rifiutare l’idea che il valore di una vita si riduca a un curriculum che, diciamolo, difficilmente qualcuno leggerà per intero. Davvero due pagine possono riassumere chi siamo?

Forse quegli orologi molli non parlano di perdita di tempo, ma di libertà dal tempo. Ci ricordano che non tutto ciò che conta si può misurare. Che la formazione non è solo un conto alla rovescia verso la laurea, ma un processo più lento, invisibile, profondo.

E allora la domanda cambia.

Non è più: “Riuscirò a fare tutto in tempo?”

Ma: “Sto vivendo questo tempo in modo significativo?”


Forse l’università è proprio questo: uno spazio sospeso tra ciò che siamo stati e ciò che saremo. Un paesaggio apparentemente immobile, come quello di Dalí, in cui però qualcosa, silenziosamente, si trasforma, si muove, si scioglie.

Gli orologi si sciolgono. Le mille ansie passano. Gli esami finiscono.

Quello che resta è la capacità di aver sognato nonostante tutto.

E forse la vera maturità non è smettere di sognare, ma imparare a farlo con coraggio, anche quando il tempo sembra scivolarci tra le dita.

 

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