«La bellezza universale del dettaglio naturale.» Parlando di Monet col Prof. Domenico Bilotti.



intervista di Aurelia Mangone


Domenico Bilotti è Professore di Diritto Islamico e Beni Ecclesiastici e Beni Culturali presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro, ove dirige l'Osservatorio "Legal Transitioning between Cultural Patterns and Social Formations".

Claude Monet ha lasciato questa terra nel 1926, ma nei 100 anni successivi, fino a oggi, rappresenta un punto di riferimento per tutti gli appassionati d'arte, destando stupore le sue splendide opere per la contemporaneità e l'autenticità dei loro soggetti. Oggi vogliamo rileggerlo attraverso l'originale chiave di lettura del Prof. Domenico Bilotti, che ringraziamo subito per aver accolto con entusiasmo il nostro invito.

 

AURELIA: «È sulla forza dell'osservazione e della riflessione che si trova la strada» per Monet. Osservazione e riflessione sono due momenti necessari nel ragionamento giuridico. Come si può declinare il pensiero di Monet nel diritto?

PROF. BILOTTI: Appassionarsi a Monet, non meno che studiarne la biografia, è una buona opportunità per chi lavora o ambisce a lavorare nel campo del diritto. Innanzitutto, Monet è un pittore che lascia la sua esistenza terrena con quasi sette decenni di attività alle spalle. Contemporaneo, cioè, a pressoché tutte le principali tendenze artistiche dalla seconda metà del XIX secolo al primo ventennio del XX. La sua scomparsa è l'ennesimo marcatore della chiusura di un ciclo nella storia europea, e probabilmente non solo in essa. Negli anni Trenta finiscono gli idilli della ricostruzione dopo la Grande Guerra e il clima di vitalità intellettuale che era associato a quella ricostruzione: inizia l'ubriacatura nazionalista. Un fenomeno, ahinoi, di scala globale quasi come lo fu quarant'anni dopo la contestazione: il mondo giuspolitico si scopre globale prima di definire la globalizzazione. Monet, inoltre, è uno degli ultimi pittori i cui periodi possiamo dividere per l'oggetto e non per il colore o per la tecnica: c'è la paesaggistica fluviale, il ritratto, la raffigurazione urbana (la città è uno dei protagonisti silenziosi di quel lungo periodo: la si trova dappertutto, da Zola a Pavese passando per Vittorio Emanuele Orlando o per Balzac). In ultimo, Monet fa molta gavetta, parte dalle caricature: esattamente come un giurista, parte dalle massime e dalle note a sentenza ed è una palestra che si porta dietro tutta la vita, continuando a farle.

AURELIA: Giulio Carlo Argan scrive che Monet «sapeva ragionare: aveva scoperto la sensazione visiva autentica, allo stato puro». Questa sensazione si distingue in modo particolare nel ciclo dei dipinti dedicati alla Cattedrale di Rouen, la sua opera multiprospettica. Qual è il suo punto di vista al riguardo?

PROF. BILOTTI: Le cattedrali di Rouen, o meglio quel ciclo della medesima cattedrale in momenti diversi di luce giornaliera, è una delle più grandi intuizioni artistiche del Novecento (pur essendo in realtà un lavoro avviato nel 1892). Lo stesso oggetto si dota di colori differenti e viene seguito dallo sguardo artistico in uno svolgimento visivo che gli dà vita, plasticità, mutazione. Si tratta di un metodo di gran lunga più influente della natura artistica dell'opera, o della cattedrale in quanto tale. Le Marilyn di Warhol, o i barattoli di zuppa, esasperano nel tempo della società dei consumi "pop" una intuizione molto simile, anche se la proliferazione è dettata dal mero cambiamento dei colori e dalla compulsiva ripetizione dell'immagine, non dall'andamento solare. Un metodo che arriva, ad esempio, fino alla musica rock. Un disco degli Oasis, Standing on the Shoulder of Giants, ha in copertina una immagine di New York che risulta dalla fusione di tanti scatti di quello stesso scorcio a orari differenti (ed è peraltro l'ultima opera di consumo ludico o culturale ad avere ancora le Torri Gemelle a New York, perché il disco è del 2000 e gli attentati dell'anno dopo). Ripetizione e fotografia, che l'impressionismo nasceva in qualche misura per combattere o almeno confrontare, possono diventare parte di un discorso artistico, a patto che - questo ci insegna la storiella - non siano la coazione a ripetere di un acquisto o di un trend, ma frutto di scelte consapevoli.  

AURELIA: Per Monet, profeta dell'Impressione, «tutto cambia, persino la pietra». Egli racchiude il momento. Cosa vediamo nel momento in cui egli vive e come lo vive?

PROF. BILOTTI: Monet per certi versi anticipa di quella che, sul piano estetico, è almeno una generazione prima la parabola di Matisse. Due sempre in fratellanza con un'accolita di personaggi molto scafati, vissuti e libertini, che (vuoi per longevità, vuoi per indole di affetti familiari, vuoi per ambiente di provenienza) sembrano sempre i quieti, i tranquilli, persino i "borghesi". Il vero irrequieto però mi sembra più il Monet malato di cataratta che non il Manet del geniale nudo femminile antiaccademico della Colazione sull'Erba: tutto è diario di viaggio nel Monet in movimento. Normandia e Algeria, che non potrebbero avere una flora più diversa, sono identicamente pagine del suo processo evolutivo. In Monet c'è l'inizio della società secolare, il sacro che all'attenzione comune è soprattutto bello da vedere, ma la Legge di Separazione in Francia è solo del 1905. C'è il mondo coloniale, ma è raccontato ancora con una qualche traccia di esotismo: vede cose, in Algeria, Monet. Non anticipa né propone lotte di liberazione. Non che Gauguin avesse fatto troppo diversamente, imbevendosi semmai della cultura erotica dei posti dove approdava (o dove all'artista è concesso di arrivare anche se non li visita fisicamente: pensiamo alla narrativa di Salgari o all'influenza della pittura giapponese su Van Gogh). Quanto al recepimento, è un pittore che si supera nella vecchiaia, come in parte accadrà a Dalì, anche se per tutt'altre ragioni (le apparizioni televisive, le pubblicità, lo stile di vita): le Ninfee sono soggetti senili turbati dalla vista in declino e comunque aperti alla bellezza universale del dettaglio naturale. Monet oggi è riconosciuto per quelle, hanno fatto immaginario. L'ultima piccola impresa dello stesso grande genio.

AURELIA: Grazie di averci illustrato brillantemente questa inedita prospettiva di Monet, Professore.


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