«Vinta dall'arte e dai costumi»

 



La Scuola di Atene è un monumentale affresco di Raffaello Sanzio, che vogliamo ricordare oggi. 

Realizzata fra il 1509 e il 1510 e sita in una delle quattro Stanze Vaticane, nella Stanza della Segnatura, l’opera esalta il tema della razionalità filosoficaproponendo anche una rappresentazione esaustiva delle sette arti liberali.

In contrapposizione alla Disputa del Sacramento, un’altra opera che Raffaello realizza qui e che è collocata della parete opposta alla Scuola di Atene, rappresenta l’aut-aut che porta alla conoscenza della verità: l’una, spirituale e soprannaturale teologica o l’altra, quella terrena e razionale dei filosofi greci.

Il grande affresco costituisce un manifesto della concezione antropocentrica dell'uomo rinascimentale e celebra la grande tradizione filosofica della Grecia antica, a cui un riferimento espresso è compiuto pure per mezzo della scena teatrale che fa da sfondo alle cinquantotto figure presenti nell’opera, tra cui figura lo stesso artista.

Nella prospettiva dell’affresco, l’uomo domina la realtà, grazie alle sue capacità intellettive, in pieno spirito rinascimentale, di cui l’urbinate si fa portavoce raffigurando i pensatori di un tempo con le fattezze degli intellettuali della sua epoca; tra questi, i più importanti: Platone, impersonato da Leonardo da Vinci, che regge il Timeo e solleva il dito verso l’alto a indicare Il Bene, mentre Aristotele, nelle sembianze di Bastiano da Sangallosi distingue perché tiene in mano l’Etica Nicomachea e mostra il suo interesseverso la razionalità, indicando il basso.

Hegel, nell’opera Vorlesungen uber die Asthetik, del 1838, scrive che Raffaello «perviene a unire il sentimento più alto, più conforme alle esigenze della Chiesa e alla missione religiosa dell’arte, con una conoscenza assoluta e una riverenza amorosa degli aspetti naturali in tutta la vivacità delle loro forme e colori».

Se la prospettiva, tanto cara all’Urbinatericorda la struttura delle antiche basilichela perfezione geometrica con cui sono disposti i personaggi, richiama l’esistenza di un ordine divino e intellettuale,in cui l’artista crede fermamente e che è simbolo della raffinatezzasovraumana e dell’animo profondo che hanno contraddistinto Raffaello, tantche il Vasari ritiene che «coloro che sono possessori di tante rare doti, quante si videro in Raffaello da Urbino, sian non uomini semplicemente, ma, se è lecito dire, dèi mortali».

Raffaello muore il 6 aprile 1520, e forse nasce in questo stesso giorno nel 1483, lasciando una vita breve ma resa immortale dal segno che questi ha impresso nella storia, come artista e come uomo.

Pensando alla sua umanità, di fronte al termine di paragone vasariano con il Trascendenteessa suscita una riflessione più profonda che mai quest’anno, quando l’inizio e la fine della sua vita si sono intrecciate con la Pasqua.

Raffaello «fu dalla natura dotato di tutta quella modestia e bontà»e quella stessa natura è stata con lui «vinta dall’arte e dai costumi».

 

 

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