“Se potessi esprimerlo con le parole, non ci sarebbe ragione per dipingerlo”, dice Hopper. Quel silenzio assordante che affolla le sue tele, con gli occhi di Edward Hopper, ci consente di vedere angoli di vita che ci sfuggono o non ci pertengono.
Nei volti di una moltitudine di persone sole, i loro sguardi abbozzati, persi, imperscrutabili, sono la sintesi di una società in cui il contatto umano si è minimizzato e in cui ciascuna persona convive solidalmente con la propria solitudine.
C’è un senso di attesa costante, ci sono vuoti che ci riempiono di domande e ci rendono spettatori di fotogrammi di una pellicola girata nella vita di chiunque, come proprio in New York Movie il pittore ci consente di osservare, ed Hopper elabora i sentimenti sotto un’aura cinematografica sì, ma è anche un artista dalle idee semplici.
Edward Hopper è un pittore della prima metà del ‘900 che si è formato e ha portato alla luce, senza fronzoli ed esercizi di stile, la vita in America della sua epoca.
Sin da giovane si dimostra una grande promessa dell’arte, che pur raggiunta con un processo graduale, è stata la sua scelta di vita, condivisa con la moglie Jo, che ha posato per le sue figure femminili e che durante gli studi era stata allieva del suo stesso maestro, Robert Henri. Josephine Nivison, che diventa la sua compagna di vita in giovinezza, è stata una costante nel lavoro di Hopper e lui la cattura in molte opere ad acquerello, tecnica da lei amata e portata all’attenzione del collega e poi marito.
“Quello che volevo fare era dipingere la luce del sole sul lato di una casa” sono parole sue e riassumono abilmente il sentimento di quella sua esistenza appartata nel panorama artistico, di cui ha compreso il messaggio senza assorbirne influenze dirette, secondo ciò che lui stesso afferma, restando sempre focalizzato sul suo iter emozionale e fedele alla sua personale tecnica artistica, tanto originale che lo rende unico, sebbene sia stato un vero rappresentante del Realismo americano, che non è un elemento di contorno e non può essere in sé tralasciato e ignorato.
Il suo è un processo di osservazione diretta della realtà cittadina contemporanea e in modo particolare quella newyorkese: persone, finestre, interni di case, locali, che gettano le basi in una dimensione urbana, ma soprattutto intima, all’interno delle più nascoste stanze dell’animo umano, che lui cerca di indagare e che rappresenta la prima fonte di ispirazione per lo stesso Hopper, che considera l’arte come espressione esteriore di una vita interiore nell'artista.
Le sue interpretazioni delle scene quotidiane includono pure i simboli degli eventi che sconvolgono i tempi, in un’America che prima vive il suo slancio verso la modernità (visibile in Automat) e poi la grande crisi economica (come in Early Sunday Morning) e infine l’angoscia della seconda guerra mondiale (come in Nighthawks).
A breve il Palazzo Blu di Pisa aprirà le porte a una importante mostra, dal titolo Edward Hopper: New York e oltre, che ripercorre i viaggi che sono state le tappe dell’elaborazione dei suoi soggetti, lungo le tante latitudini della solitudine.
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