Poesia e canzone: due mondi a confronto.

Antongiulio Iorfida e Domenica Pia Leuzzi, già laureati all’UMG e redattori di Ermes, hanno dedicato la propria esistenza (anche) all’arte. In particolare, il primo, tra i curatori della rubrica “musica”, scrive testi di canzoni, mentre la seconda è autrice di poesie, alcune pubblicate, peraltro, sul giornale. Hanno deciso di incontrarsi per condividere le proprie sensazioni, aspettative e idee in relazione ai rispettivi ambiti di attività. Il risultato è un’intervista reciproca che mette a nudo le differenze e, soprattutto, le similitudini che interessano il mondo della poesia e quello della canzone. Uno scambio intenso e significativo che, qui, proponiamo, con l’auspicio che possa far germogliare oppure rafforzare, in qualcuno, la stessa passione che anima i nostri articolisti. 

Cos’è, per te, la poesia?  

La poesia è, in primis, una meravigliosa scoperta. È entrata nella mia vita come strumento per gestire ed elaborare le mie emozioni e mai avrei immaginato tutto ciò. Da qui ho iniziato a comprendere sempre di più una delle sue funzioni principali: non solo raccontare di sé stessi agli altri, ma raccontare agli altri loro stessi. Il poeta è un portavoce del sentire umano, ha il ruolo di portare alla luce ciò che è seppellito, invisibile, ma ha bisogno di emergere. La poesia è uno strumento alchemico e quindi il poeta è un mago. Si parte dalla materia grezza, la realtà, e la si abbellisce con un atto trasformativo. Quale atto più bello di creare bellezza con l’alchimia? 

Qual è, fra i tuoi, il verso al quale sei più affezionata o, comunque, quello che ti rappresenta maggiormente? Perché? 

Al momento non c’è un verso che mi rappresenta maggiormente, un po’ tutti diciamo. Ma, se dovessi scegliere, direi: 

“Mentre Venere nei tuoi occhi danza 

E mi chiama a far parte della tua narrazione 

Non so quante persone abbia scritturato 

Ma di certo ha fatto il mio nome” 

È una parte di una poesia inedita. Trasformare un sentimento in versi è un’operazione che mi piace definire sacra. Il legame tra poeta e oggetto poetico o musa ispiratrice è spirituale e la poesia un luogo di incontro tra anime. Trovo tutto ciò profondamente commovente. In queste righe conservo un pezzo della mia musa maschile e penso che questo basti a spiegare il perché del mio affetto verso di esse. 

Se potessi trascorrere una giornata con un noto poeta del passato, magari per rubargli qualche “trucco del mestiere”, chi sceglieresti e per quale motivo? 

Alda Merini. Non tanto per imparare un “trucco del mestiere”, quanto per capire come si riesce a trasformare la propria vita con tutte le sue ferite, le sue follie e le sue illuminazioni in poesia. La sua scrittura nasce da un’esperienza esistenziale intensissima, in cui dolore, amore e spiritualità diventano materia poetica. Mi piacerebbe ascoltarla parlare della sua idea di poesia come qualcosa di viscerale, quasi inevitabile, che emerge quando la parola trova il coraggio di attraversare la fragilità umana. 

Qual è il tuo "sogno poetico" nel cassetto? 

Il mio sogno poetico nel cassetto è quello di continuare a scrivere per tutta la vita. Raccontare di sentimento, sensazioni, esperienze. Non perché la mia voce sia autorevole in questo, ma semplicemente perché mi piace. Mi auguro, perché no, che tutto ciò possa aprire delle porte. E, se dovessi essere troppo fiduciosa, vorrei avvicinarmi non ai grandi poeti, ma alle grandi poetesse, perché ho una stima particolare di loro. L’universo poetico femminile è sinonimo di emancipazione. Scrivere è un atto di libertà, è una testimonianza di cosa significhi essere donna, con tutte le emozioni, sfumature e le donne che lo fanno parlano di tutte noi. 

Cosa diresti ai tuoi coetanei per convincerli dell'importanza della poesia? 

Gli direi di avvicinarsi al mondo dell’arte in generale seguendo le proprie inclinazioni verso qualunque disciplina. Le arti, e in questo caso specifico la poesia, possono essere un atto profondamente terapeutico, di scoperta personale. Non bisogna essere artisti per creare, ma a volte bisogna creare per stare meglio, sublimare appunto. Inviterei chiunque a leggere poesie semplicemente perché la poesia è intramontabile. Parla sempre, anche a distanza di secoli, consolando, consigliando. Principalmente quella contemporanea, affrontando temi intimi, esistenziali, personali risuona con la sensibilità di molti giovani. Inoltre è pieno di autori emergenti, under 30, da esplorare. Credo che l’errore che spesso si fa è quello di approcciarsi unicamente ai grandi autori, ma i grandi possono nascondersi anche tra i piccoli, bisogna solo avere occhio per scovarli. 

Quando è nato il tuo rapporto con la musica? Ricordi il momento in cui hai capito che sarebbe diventata qualcosa di importante per te? 

Neanche parlavo e i miei genitori mi leggevano libri di filastrocche sugli animali. Senza rendermene conto, stavo già acquisendo familiarità con la metrica e le rime. Ho cominciato a scrivere poesie da piccolissimo. La bomboniera della mia Prima Comunione era una raccolta che mamma e papà avevano fatto stampare e rilegare in tipografia. Nel 2012, in occasione della fase finale di un concorso nazionale di scrittura creativa, ho incontrato il frontman di una band pugliese, che mi ha suggerito di abbinare i miei versi alla musica. Ho cominciato, allora, a scrivere canzoni e, parallelamente, a formarmi in quella direzione. Quando, nel 2019, le centinaia di studenti che gremivano il Teatro di Soverato per un evento dedicato alle scuole si sono alzate in piedi e hanno cantato a memoria una mia canzone, ho realizzato che quella vita corrispondeva a tutto quello che avevo desiderato. Perché scrivere, per me, è essenziale tanto quanto respirare. 

Tra i brani che hai scritto, ce n’è uno che senti particolarmente vicino alla tua sensibilità o che rappresenta meglio ciò che sei? 

È difficile scegliere, perché sento ogni canzone come figlia mia. Se proprio devo, “Quando te ne vai”, brano del quale ho scritto il testo per l’amico Ivan “Shado” Ritrovato. Il protagonista della canzone, infatti, come me del resto, si dimostra fragile, quasi impotente di fronte all’impeto delle emozioni, capaci di fare irruzione nella quotidianità fino a stravolgerla e a impossessarsene. Quel “quanto sembro scemo quando te ne vai” racconta la tenerezza insita nello scoprirsi improvvisamente goffo. 

In termini di collaborazioni, con quali generi musicali o con quali tipi di artisti ti senti maggiormente in sintonia? 

Mi sono sempre definito un “autore pop”. Il pop, lungi dall’essere facile come troppi, a torto, lo considerano, è la sublimazione dell’idea di musica come linguaggio universale. Consente, infatti, da un lato di intercettare qualsiasi sensazione e, dall’altro, di tradurla in un codice capace di raggiungere chiunque. Il rock – specie quello “alternativo” – e l’hip-hop, d’altro canto, appagano il mio desiderio di essere semplicemente me stesso e di raccontare, in musica e parole, nient’altro che la verità, quand’anche la stessa possa far paura o, peggio, apparire grottesca e poco incline a piegarsi ai diktat del “dover essere”. 

C’è un artista, del presente o del passato, con cui ti piacerebbe (o ti sarebbe piaciuto) confrontarti o da cui avresti voluto imparare qualcosa? 

Su questo non ho dubbio alcuno: Giulio Rapetti, per tutti Mogol. Il Maestro mi ha insegnato tanto, se non tutto. In primis, l’idea che io debba scrivere come se stessi parlando al mio migliore amico. Mogol mi ha aiutato a comprendere un apparente paradosso, e cioè quanto è difficile essere semplici. Con lui, che è già eterno e tale rimarrà nelle parole di ogni sua singola canzone, mi piacerebbe condividere anche soltanto un altro giorno. Gli chiederei, ancora, nel silenzio assordante della campagna umbra, di raccontarmi di Lucio Battisti, della poesia nella voce dei bambini; soprattutto, gli chiederei di giudicare me e le mie canzoni e di metterci di fronte a dieci, cento, mille bivi.  

In base alla tua esperienza, qual è secondo te uno dei modi migliori per avvicinare le persone alla musica? E che consiglio daresti a chi vuole intraprendere un percorso simile al tuo?  

La musica è ovunque, a portata d’orecchio e di click, ma non va trattata da sottofondo. Bisogna, piuttosto, chiedersi cosa e, soprattutto, chi c’è dietro a una nota suonata, a una parola cantata. Meglio, occorre chiedersi perché. Così facendo, si apriranno le porte di un mondo sconfinato, che sfugge ai limiti dello spazio e del tempo, perfino della perfetta comprensione. Innamorarsene sarà una conseguenza priva di effetti collaterali indesiderati. A te, che stai leggendo e vuoi diventare un autore o, comunque, dedicarti alla musica, dico: abbi pazienza. Ho scritto la mia prima canzone nel 2012 e la seconda soltanto nel 2018. Sei anni per (altri) quattro minuti di felicità. Un tempo che, per quanto possa apparire “troppo”, è semplicemente “quello che serve”. O, almeno, è quello che è servito a me. Tu devi capire cos’è che realmente desideri. Devi chiederti se è questo che ami. E, poi, accettare tutto ciò di cui avrai bisogno per raggiungere il tuo obiettivo. Il risultato – fidati di me – saprà ripagarti come nient’altro. 



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