La riforma della giustizia e la separazione delle carriere: ragioni e conseguenze del voto

Editoriale di Bruno Rachiele

In collaborazione con Antonio (studente di giurisprudenza) e Chiara Navarra

Il tanto atteso referendum della giustizia è ormai alle porte: si vota il 22 e 23 marzo. Proprio per questo, in accordo con la redazione del giornalino, abbiamo deciso di dedicare un piccolo spazio a questo tema, affinché possiamo essere giovani consapevoli delle scelte che condizioneranno il nostro futuro. E credo che nessuno meglio di noi possa arrivare direttamente ai giovani. In questo articolo non citerò quali sono le mie idee in merito al referendum, in quanto chiunque mi segua sui social sa come la penso e conosce già le mie posizioni. Ho invece posto alcune domande ad Antonio, studente di giurisprudenza di Milano, e a Chiara Navarra, la nostra caporedattrice, che rappresenteranno rispettivamente le ragioni del Sì e del No. Come dicevo prima, questo è un tema di grande importanza che non deve essere tralasciato e, soprattutto, nessuna chiamata al voto dovrebbe essere sabotata o ignorata. Il diritto/dovere al voto è sacrosanto: in passato molte persone hanno lottato per darci la possibilità, oggi, di recarci liberamente alle urne. Un diritto che ci è stato consegnato come un regalo e che troppo spesso viene sottovalutato. Ma veniamo ora al referendum. Questo sarà un referendum costituzionale confermativo, in quanto non mira a eliminare alcuna norma costituzionale, ma riguarda una legge di revisione della Costituzione già approvata dal Parlamento. I cittadini, in poche parole, sono chiamati ad approvare o respingere questa riforma. Una particolarità importante è che non è previsto il quorum, che è richiesto solo nei referendum abrogativi, dove i cittadini intervengono direttamente per abrogare una legge; nel referendum confermativo, invece, si approva o si respinge una riforma già votata dal Parlamento. Questa riforma esiste già in molti altri Paesi di civil law, come la Spagna, che prevede carriere separate per jueces e fiscales, e il Portogallo. In Germania, invece, il modello è ancora diverso, tanto che è differente persino il percorso di studi tra giudici e pubblici ministeri. Belgio e Francia, ad esempio, hanno invece un modello più simile a quello italiano. Per quanto se ne dica, e nonostante venga spesso citato in modo errato, il modello giapponese è molto diverso dal nostro. Prendo un esempio distante da noi perché io amo spaziare: in Giappone l’unica cosa che pubblici ministeri e giudici hanno in comune è il percorso di studi iniziale; al termine, però, le carriere si dividono completamente. Ma ora è arrivato il momento di iniziare con le domande e di dare spazio a Antonio e Chiara, che ringrazio di cuore per la loro disponibilità. 

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