Nelle prime età del mondo, quando l’umano muoveva i suoi passi incerti su una terra ancora indifferente al suo destino, l’impiego delle energie vitali era interamente votato alla necessità. Ogni gesto aveva il peso della sopravvivenza: la caccia, la raccolta, la difesa contro le belve e contro un ambiente ostile scandivano il ritmo dell’esistenza. L’azione non conosceva mediazioni simboliche, né sovrastrutture: il corpo e il mondo erano in un rapporto diretto, quasi brutale, ma autentico. Vivere significava resistere, e resistere significava essere presenti a se stessi.
Con il progredire della civiltà, l’uomo ha progressivamente emancipato il proprio corpo dalla tirannia dell’immediato bisogno. Tuttavia, questa liberazione apparente ha inaugurato una nuova forma di asservimento, più sottile e pervasiva. L’energia che un tempo era destinata alla conquista del nutrimento e alla difesa della vita è ora assorbita dalla gestione di una complessa sovrastruttura sociale: norme, ruoli, immagini, aspettative. L’uomo moderno non lotta più contro la fame naturale, ma contro una fame artificiale, indotta e perpetuata da un sistema che trasforma il desiderio in carenza cronica.
Il nutrimento stesso ha subito una metamorfosi simbolica. Non ci si limita più a procacciare cibo per il corpo, ma si è costretti a inseguire surrogati dell’anima: riconoscimento, visibilità, approvazione. In questo scenario, i social network si ergono a nuovi templi profani, luoghi di culto dell’apparenza, dove l’individuo sacrifica tempo, attenzione e interiorità sull’altare dell’algoritmo. Ciò che viene offerto non è comunione, bensì esposizione; non dialogo, ma performance.
I social non saziano: stimolano. Non consolidano l’identità: la frammentano. L’io viene ridotto a una vetrina, a un flusso di immagini accuratamente selezionate, depurate di ogni ambiguità e di ogni ombra. In questo spazio, l’esistenza non è più vissuta, ma rappresentata; non è più esperienza, ma contenuto. L’uomo non abita il mondo: lo posta. E così facendo, si allontana progressivamente dalla propria interiorità, che richiederebbe silenzio, lentezza, opacità — tutte condizioni incompatibili con la logica della connessione perpetua.
La tragedia dell’uomo contemporaneo non risiede dunque nella fatica, bensì nella dispersione. Le sue energie non sono più concentrate in un fine vitale chiaro, ma diluite in una molteplicità di stimoli che promettono senso senza mai concederlo. Egli è costantemente occupato, raramente presente; costantemente connesso, profondamente solo. La sopravvivenza biologica è garantita, ma quella spirituale è affidata a simulacri.
Forse, allora, il compito filosofico del nostro tempo non è quello di esaltare ulteriormente il progresso, ma di interrogare il prezzo che esso esige. Recuperare una forma di essenzialità non significa regredire, bensì sottrarre l’umano alla tirannia dell’inutile. Significa restituire alle energie vitali una direzione che non sia dettata dal mercato dell’attenzione, ma da una rinnovata fedeltà all’esperienza vissuta.
Solo allora l’uomo potrà smettere di nutrirsi di ombre e tornare, finalmente, a vivere.
Scritto da Niccolò Ruscelli
2 Commenti
Buono
RispondiEliminaBuono
RispondiElimina