Nel XVIII secolo, con l’Illuminismo, l’Europa conosce una progressiva crisi della fede tradizionale, ma questa perdita non coincide con il nichilismo: al contrario, essa è compensata da una nuova fiducia nella ragione, nel progresso e nell’uomo. Pensatori come Immanuel Kant invitano a “sapere aude”, ad avere il coraggio di servirsi della propria intelligenza, mentre Voltaire e Denis Diderot promuovono un umanesimo laico fondato sulla tolleranza e sull’enciclopedia del sapere; l’Encyclopédie diventa il simbolo di un’epoca che sostituisce il dogma con la ricerca critica. La secolarizzazione è reale, ma è accompagnata da una fede alternativa nella razionalità e nel progresso storico, come testimonia Condorcet nella sua idea di perfettibilità indefinita dell’uomo. Se guardiamo ai dati, nell’Europa del Settecento oltre il 90% della popolazione si dichiarava formalmente cristiana, ma già nel Novecento la pratica religiosa comincia a diminuire sensibilmente: secondo studi del Pew Research Center, in Europa occidentale oggi circa il 22% dei giovani tra i 18 e i 29 anni dichiara di partecipare settimanalmente a funzioni religiose, mentre in paesi come Francia e Regno Unito oltre il 40% dei giovani si definisce “senza religione”. Tuttavia la vera frattura dell’età contemporanea non è soltanto la perdita della fede in Dio, bensì la crisi della fiducia nell’uomo stesso: dopo le tragedie del XX secolo, dalle guerre mondiali ai totalitarismi, la ragione non appare più come garanzia di emancipazione ma come strumento ambivalente capace di produrre Auschwitz e Hiroshima; già Theodor W. Adorno e Max Horkheimer nella Dialettica dell’Illuminismo mostrano come la ragione possa rovesciarsi in dominio tecnico. Nell’epoca digitale, nonostante il livello di istruzione sia il più alto della storia – in Italia oltre il 90% dei giovani completa la scuola secondaria e più del 30% consegue una laurea – cresce il senso di vuoto e di disorientamento: l’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala un aumento significativo dei disturbi depressivi tra gli under 25 nell’ultimo decennio. Così, mentre l’Illuminismo perdeva Dio ma guadagnava l’uomo, l’età postmoderna sembra perdere entrambi, e quando l’uomo non crede più né in Dio né nella propria ragione, ciò che resta è uno spazio interiore privo di fondamento, un terreno fertile per paure collettive, radicalizzazioni e “mostri” simbolici; non sorprende allora che, secondo recenti ricerche europee, in alcuni contesti si registri tra i giovani una lieve ma significativa ripresa dell’interesse per la spiritualità e per forme di fede più identitarie o comunitarie, quasi che, caduto il mito del progresso illimitato, l’anima contemporanea avverta nuovamente il bisogno di un orizzonte trascendente.
Scritto da Niccolò Ruscelli

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