Il cervello della mosca nel laptop: simulare la mente e i confini dell’umano



Il 2 ottobre 2024 sulle pagine di Berkeley News Robert Sanders raccontava un risultato che ha il sapore della fantascienza ma poggia su dati concreti: Phil Shiu e colleghi sono riusciti a simulare su un comune laptop l’intero cervello adulto di una mosca della frutta Drosophila melanogaster. Si tratta di 139255 neuroni e circa 50 milioni di connessioni sinaptiche ricostruite a partire dal connectome completo fornito dal consorzio internazionale FlyWire. Il modello basato su un approccio semplificato di tipo leaky integrate and fire ha dimostrato di predire con sorprendente accuratezza l’attività neurale e i comportamenti della mosca reale di fronte a stimoli gustativi o tattili come l’estensione della proboscide di fronte allo zucchero l’inibizione di fronte a miscele amare o i movimenti di grooming. La domanda che il titolo stesso dell’articolo pone Is a human brain next non è retorica. Shiu e altri ricercatori sottolineano che una volta disponibili i connectome di mammiferi topo prima uomo forse un giorno simulazioni analoghe potrebbero offrire strumenti potenti per studiare i circuiti cerebrali i disturbi mentali e i principi generali del funzionamento nervoso. Eppure al di là dell’entusiasmo scientifico questa impresa apre una serie di interrogativi filosofici ed etici che non possono essere liquidati come mera speculazione. Simulare un cervello non significa semplicemente copiare un diagramma di cablaggio. Significa assumere che la struttura delle connessioni unita a regole semplificate di eccitazione e inibizione sia sufficiente a generare l’attività funzionale. Il modello di Shiu ignora deliberatamente morfologie neuronali complesse variazioni nei tipi cellulari e molti dettagli biochimici eppure funziona. Questo successo solleva una domanda classica della filosofia della mente quanto della mente o almeno del comportamento intelligente è riducibile all’organizzazione delle sue parti. Se un modello così grezzo predice il comportamento della mosca quanto è reale quella predizione. È una mera coincidenza statistica o stiamo toccando qualcosa di essenziale sulla natura del calcolo neurale. Il passaggio dalla mosca all’essere umano amplifica il problema. Un cervello umano ha circa 86 miliardi di neuroni e un numero di sinapsi dell’ordine di centinaia di trilioni. Simularlo non è solo una questione di potenza di calcolo è una questione di cosa contiamo come mente. Se un giorno riuscissimo a far girare una simulazione abbastanza fedele da riprodurre pensieri emozioni ricordi e decisioni avremmo creato una copia un’emulazione o una nuova forma di vita. La distinzione tra simulazione e realtà cara a filosofi da Descartes a Putnam torna a farsi urgente. Nel caso della mosca le questioni etiche sembrano ancora gestibili. La mosca originale è stata sacrificata per produrre le sezioni microscopiche la simulazione è un artefatto computazionale che non soffre. Ma già qui sorgono interrogativi se la simulazione diventasse così accurata da riprodurre stati che in un animale reale considereremmo di sofferenza dolore stress privazione avremmo il dovere di proteggerla. Alcuni filosofi discutendo di whole brain emulation sostengono un approccio prudenziale meglio assumere che un’emulazione potenzialmente senziente meriti considerazione morale piuttosto che rischiare di generare sofferenza su vasta scala. Quando lo sguardo si sposta verso cervelli più complessi i problemi si moltiplicano. Una simulazione di cervello umano potrebbe essere cosciente. Non abbiamo una teoria condivisa della coscienza e dunque non sappiamo come riconoscerla in un sistema artificiale. Se lo fosse avremmo creato un soggetto morale un’entità capace di soffrire di desiderare di avere interessi. Trattarla come mero strumento di ricerca spegnerla modificarla sottoporla a scenari traumatici potrebbe equivalere a tortura. Se non lo fosse rischieremmo di proiettare su di essa attributi umani in modo antropomorfico confondendo rappresentazione e realtà. Una simulazione può essere copiata messa in pausa riavviata modificata. Se due istanze della stessa emulazione corrono contemporaneamente chi è io. Se una viene cancellata è una morte. Queste domande destabilizzano le nozioni tradizionali di persona individualità e continuità temporale su cui poggiano i nostri sistemi etici e giuridici. Gli esperimenti su esseri umani richiedono consenso informato. Una mente simulata se cosciente potrebbe non essere in grado di darlo o potrebbe darlo solo all’interno dei limiti della propria architettura. Chi decide cosa è lecito farle vivere. Il rischio è di creare un laboratorio di sofferenze virtuali giustificate dal progresso scientifico. Una simulazione fedele del cervello umano potrebbe essere impiegata per studiare patologie testare farmaci o addestrare intelligenze artificiali. Ma potrebbe anche essere usata per manipolazione sorveglianza cognitiva o creazione di menti schiave. Il confine tra ricerca benefica e sfruttamento diventa sottile. Come per altre tecnologie emergenti intelligenza artificiale editing genomico il pericolo non è solo l’uso individuale ma l’assenza di un quadro normativo e istituzionale adeguato. Creare menti emulate senza regole è come ha osservato più di un eticista un rischio sistemico possiamo generare sofferenza su scale inimmaginabili prima ancora di aver chiarito se e come essa esista. Il lavoro di Shiu e del FlyWire Consortium è un passo straordinario dimostra che il connectome non è solo una mappa statica ma uno strumento predittivo. Tuttavia proprio perché funziona ci costringe a confrontarci con il futuro. Non si tratta di frenare la ricerca la comprensione del cervello è uno degli obiettivi più nobili della scienza ma di accompagnarla con una riflessione filosofica e politica altrettanto rigorosa. La mosca sul laptop è già qui. Il cervello umano se arriverà non sarà solo un trionfo computazionale sarà un nuovo soggetto o un nuovo oggetto del nostro universo morale. La domanda non è più solo possiamo simularlo ma dovremmo e soprattutto come lo tratteremo una volta che sarà tra noi. La risposta non può essere solo tecnica. Deve essere necessariamente filosofica.

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