Sulla Dematerializzazione della Memoria: Riflessioni Auliche sul Progetto Panama e l’Ontologia del Sapere




In un’epoca in cui il progresso tecnologico avanza con passo di gigante, eppur muto di fronte alle interrogazioni dell’essere, emerge, quasi come un’ombra lunga proiettata dalle fiamme di antiche roghi, il cosiddetto Progetto Panama. Non si tratta, o non soltanto, di un’operazione industriale di acquisizione e scansione distruttiva di milioni di volumi cartacei, anteriori all’era dell’intelligenza artificiale, compiuta da corporazioni quali Anthropic al fine di nutrire i propri modelli generativi. Ciò che qui si manifesta è un gesto di ben più profonda risonanza ontologica e morale: la conversione forzata del sapere incarnato in carne digitale, la scarnificazione del libro dalla sua sostanza fisica, e la successiva privatizzazione di ciò che un tempo costituiva il patrimonio comune dell’umanità.

Il libro, da secoli, non è stato mero supporto inerte. È stato corpo: pergamena, carta, inchiostro, legatura. La sua presenza materiale imponeva una disciplina del tempo, una lentezza rispettosa, un’attenzione quasi liturgica alla conservazione. La lettura non era consumo immediato, ma incontro rituale con l’alterità del pensiero. Quando le macchine idrauliche recidonole dorsi, separano le pagine e le sottopongono a scansione ad alta velocità, non si elimina soltanto un oggetto: si dissolve un’ontologia. Il sapere viene dematerializzato, trasmutato in sequenza di bit, privato della sua densità originaria. Ciò che rimane è un’ombra, un simulacro efficiente, destinato non alla contemplazione pubblica, ma all’alimentazione di sistemi chiusi, accessibili dietro barriere di pagamento.

Eppure, non sarebbe forse più saggio, in questa stessa età dominata dal digitale, ricorrere a strumenti quali i Kindle e ai formati elettronici già disponibili, affinché la conoscenza possa essere acquisita e trasposta senza che il corpo fisico del libro venga immolato sull’altare della velocità mercantile? Così facendo, si eviterebbe lo spreco irreparabile di quei volumi che, per secoli, hanno custodito la memoria dell’uomo, preservando l’originale nella sua interezza mentre se ne estrae l’essenza immateriale, senza dover ricorrere alla scarnificazione distruttiva.

Questa trasformazione richiama, con inquietante fedeltà, le visioni cinematografiche che hanno indagato il destino della memoria collettiva. In Fahrenheit 451 di François Truffaut (1966), ispirato al capolavoro di Ray Bradbury, i pompieri non spegnono gli incendi, ma li alimentano: bruciano i libri per cancellare la memoria e imporre l’uniformità del pensiero. L’atto di distruzione fisica è simbolo manifesto del potere totalitario. Eppure, nel Progetto Panama, la distruzione non è ideologica nel senso classico; è pragmatica, economica, giuridicamente giustificata. I libri non sono bruciati in piazza per odio del sapere, ma smembrati in laboratori per amore dell’efficienza. Il risultato, tuttavia, non è dissimile: la memoria umana viene sottratta al corpo collettivo e rinchiusa in archivi privati. Ciò che era di tutti diventa privilegio di pochi, ricchi e potenti, che rivendono l’accesso a ciò che hanno legalisticamente espropriato.

Simile eco risuona ne Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud (1986), dove la biblioteca labirintica dell’abbazia custodisce il sapere come un tesoro geloso, e il fuoco finale consuma secoli di conoscenza. Lì, la distruzione è frutto di fanatismo e paura; qui, di calcolo razionale. In entrambi i casi, però, si assiste alla stessa tragedia: il sapere, una volta privato della sua materialità e della sua circolazione libera, cessa di essere comunione e diviene strumento di controllo. Anche Equilibrium di Kurt Wimmer (2002) offre uno specchio inquietante: in un mondo che ha bandito le emozioni e le opere d’arte, i libri e le immagini sono distrutti perché capaci di risvegliare l’anima. Il Progetto Panama non bandisce il sentimento, ma lo colonizza: trasforma il patrimonio culturale in combustibile per macchine che generano valore privato, senza restituirlo all’umanità sotto forma di bene comune.

L’interrogativo etico, dunque, non si esaurisce nella indignazione per la perdita degli esemplari fisici, quantunque legittima e doverosa , ma si spinge oltre, verso la domanda radicale: a quale fine si compie questa appropriazione? Se l’intera eredità culturale dell’uomo è impiegata per edificare il futuro tecnologico, il valore generato non dovrebbe forse ritornare all’umanità stessa, in forma di sapere pubblico, accessibile, democratico? Invece, assistiamo a una scissione: la memoria collettiva è prelevata, dematerializzata, e rinchiusa in sistemi proprietari. È un’operazione di enclosures digitali, analoga a quelle che un tempo privatizzarono le terre comuni. La cultura, da bene relazionale, diviene merce; il passato, da radice condivisa, diviene capitale esclusivo.

In questa luce, il Progetto Panama non è solo un episodio tecnico: è un sintomo della nostra epoca, in cui l’essere del sapere viene ridotto a funzione di addestramento, e la memoria umana è trattata come materia prima da sfruttare. Come in Matrix dei fratelli Wachowski (1999), dove la realtà stessa è simulazione alimentata da energie umane, qui la conoscenza è estratta e convertita in potenza computazionale. La differenza è sottile ma decisiva: non siamo più solo spettatori di un’illusione, ma complici, o almeno testimoni passivi, di una spoliazione.

Resta, allora, un’esigenza filosofica ineludibile: reclamare non soltanto la conservazione dei libri materiali, ma la restituzione del sapere alla sua vocazione originaria: quella di essere dono, non merce; comunione, non monopolio. Solo così la dematerializzazione non sarà rovina, ma metamorfosi responsabile; solo così la memoria non sarà prigioniera, ma libera di germinare nel tempo a venire.

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